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Pubblicato da il 17 Dic 2014 in Obiettori | 0 Commenti

“25 dicembre 1914: tra le trincee la piccola pace del PALLONE” (M. Castellani)

“25 dicembre 1914: tra le trincee la piccola pace del PALLONE” (M. Castellani)

Una notte di un secolo fa, in cui nel cielo la scia luminosa non era quella della cometa ma il lampo feroce di un mortaio, la guerra si fermò davanti a un pallone da calcio. Tra il 24 e il 25 dicembre del 1914 nella “terra di nessuno”, mentre la Grande Guerra colpiva al cuore dell’Europa, dalle trincee spuntò una bandiera bianca e l’invito a fermare gli scontri. «Tregua!», l’accordo tacito rimbalzato da un fronte all’altro. Fu davvero Una piccola pace nella Grande Guerra (Saggiatore), come recita il titolo dell’imprescindibile saggio di Michael Jürgs.

Tedeschi e inglesi, già sfiniti da cinque mesi di scontri, decisero di trasformare per un giorno il campo di battaglia in quello di calcio. «La festa di Natale, la festa dell’amore, ottenne l’effetto che i nemici giurati divenissero per breve tempo amici», annota nel suo diario Kurt Zemisch del 134° Reggimento reale sassone. La soldataglia teutonica amava il football, ma la passione dei “maestri” britannici era tale che i migliori calciatori non erano lì in prima linea, ma erano rimasti a casa a contendersi il titolo nazionale. Diversi ufficiali di sua maestà Giorgio V negli zaini non avevano rinunciato a portare con sé la sfera di cuoio dalle cuciture a mano. Un pallone per allenarsi nelle pause, un “giocattolo” a difesa della normalità, così come l’idea di non rinunciare al tradizionale incontro natalizio, il boxing day.

Stupore, nella fanghiglia ghiacciata di Ypres, dove giovani già segnati dal freddo e dallo spettro della fine poterono finalmente uscire allo scoperto senza la minaccia del «bacio della buonanotte», il colpo letale che spediva direttamente nel mondo dei più. Chi sapeva di football, come i sassoni residenti a Londra, in quel meeting non annunciato si ritrovò a scambiare aneddoti e alchimie tattiche, nella lingua degli inglesi.

L’euforia dell’incontro sotto un albero di Natale ideale portò allo scambio reciproco dei doni. D’incanto, dalle giberne e dalle tasche delle divise logore e sporche spuntarono fuori sigarette, bottiglie di champagne, delicatessen e coltellini da lavoro. Atmosfera irreale. «Quel 25 dicembre – ricorda uno dei tanti testimoni – era un mattino gelido, ma pieno di sole». Le selezioni ammettevano tra i convocati chiunque avesse interesse a non sfidare a duello il nemico, ma a confrontarsi amichevolmente su un campo di gioco arrangiato a pochi metri dalla trincea. L’improvviso stato di non belligeranza non era gradito ai grandi capi dei due eserciti e arrivò l’ordine tassativo di «non intrattenere relazioni amichevoli con le truppe avversarie». Ma quegli operai di Kiel si sentivano assai più vicini ai colleghi della working class di Liverpool e di Manchester, piuttosto che ai loro ufficiali.

Trasgredendo a ogni codice imposto dalle alte sfere, prima di pensare al calcio pregarono assieme per le anime dei caduti e diedero adeguata sepoltura a tutti quei corpi di commilitoni che da giorni giacevano nei fossati. «Il miracolo sono i riti funebri celebrati insieme – scrive Malcom Brown –. Perché in questi riti si mostrò quello che davvero animava le persone e quanto fossero irrilevanti le diverse parole d’ordine con le quali venivano mandate a combattere ». Quel giorno, persino le allodole delle Fiandre, ammutolite da giorni dagli scoppi delle granate, avevano ricominciato a farsi sentire volteggiando nel cielo, e appollaiate sui rami parevano attendere anch’esse l’inizio della partita.

Sulle modalità dell’incontro, la leggenda è finita per prevalere sul reale resoconto storico. Ma la partita di Natale del 1914, non è un racconto di fantasia, come il Mondiale in Patagonia del 1942 narrato dall’argentino Osvaldo Soriano. Vero che a rendere mitologico l’incontro ci ha pensato la misteriosa perdita di preziosi e inconfutabili scatti fotografici (anche in questo caso da entrambi i fronti) ma, che fossero duecento o i classici ventidue gli uomini in campo, il fischio d’inizio arrivò vibrante.

«Alla fine gli inglesi tirarono fuori un pallone dalle loro trincee e subito ne seguì un’animata partita. Una meraviglia, qualcosa che ancora mi appare difficile da credere», scrive a futura memoria Zemisch. Su un terreno paludoso, forato da buche naturali e da fossi formati dalle granate appena esplose, si presentarono le formazioni. Tra porte rimediate, residui di palizzate e linee maginot di demarcazione, avvenne il saluto al centro del campo della squadra tedesca con tanto di “panchina” sassone e quella britannica rinforzata dagli scozzesi (per molti erano la «maggioranza»), naturalmente in kilt (che a ogni movimento scomposto o folata di vento mostravano le loro nudità, tra le risate degli astanti).

«Non c’erano certamente gli arbitri, non c’era la linea di porta, già solo gli stivali che avevamo addosso ci impedivano di giocare bene, erano pieni di fango e quindi pesanti», ricorda il fuciliere del Cheshire Regiment Ernie Williams, che riferisce di un match in terra belga, ma a Wulwergem e non a Ypres o in quella Ploegsteert in cui si è recato il presidente della Uefa Michel Platini. «Rendo omaggio ai soldati che cento anni fa hanno espresso la loro umanità giocando a calcio», ha detto Platini, forse a conoscenza anche di un’altra presunta sfida, in quello stesso giorno, tra i suoi connazionali francesi e una rappresentativa tedesca. Il tam-tam della “tregua del pallone”, probabilmente venne raccolto da tutti i reparti schierati nelle Fiandre e diede vita a più gare. Ciò che resta, è la testimonianza della «partita disputata» nelle pagine dei diari («severamente vietati») dei militi inglesi, mentre non figura in quelle dei tedeschi, che pure risultarono i vincitori. «I fritzen batterono i tommys per tre a due e si giocò con un barattolo vuoto», confermano i diari dei Lancashire Fusilers.

Comunque sia andata, quel 25 dicembre 1914 resta il giorno in cui, grazie anche al calcio, la coscienza umana fu più forte dell’odio per il nemico. Al triplice fischio finale, ognuno riprese il suo posto di combattimento: le allodole sparirono per mesi, forse anni, e l’odore tornò a essere quello acre e insopportabile della morte.

Massimiliano Castellani, Avvenire, 13 dicembre 201

 

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