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Pubblicato da il 14 Ott 2014 in Attività | 0 Commenti

4 novembre 2010: “un giorno di espiazione” (E. Peyretti)

4 novembre 2010: “un giorno di espiazione” (E. Peyretti)

 

Anche quest’anno si è festeggiata la vittoria del 4 novembre 1918. Ricordiamo Kant (in una nota di Per la pace perpetua. Progetto filosofico, 1795): «Non sarebbe male che un popolo, a guerra finita e dopo aver concluso il trattato di pace, dopo la festa del ringraziamento decretasse un giorno di espiazione per chiedere perdono al Cielo, in nome dello Stato, per la grave colpa della quale il genere umano continua a macchiarsi, rifiutando di sottomettersi ad una costituzione legale che regoli i rapporti con gli altri popoli, e preferendo usare, fiero della sua indipendenza, il barbaro mezzo della guerra (…). I festeggiamenti coi quali si rende grazie per una vittoria conseguita in guerra, gli inni cantati al Signore degli eserciti, non contrastano meno nettamente con l’idea morale del padre degli uomini; infatti, a parte la già abbastanza triste indifferenza a riguardo dei mezzi coi quali i popoli perseguono il proprio reciproco diritto, esprimono per di più la soddisfazione d’avere annientato un bel numero di uomini, o distrutto la loro felicità».

La guerra è per Kant la «grave colpa», il «barbaro (e inutile) mezzo», sicché ringraziare Dio per la vittoria è offesa all’idea morale di Dio, indifferenza alla crudeltà dei mezzi bellici, soddisfazione per aver dato morte e dolore. Oggi la festa del 4 novembre non è religiosa, ma, nei funerali dei morti in Afghanistan, ci tocca ancora sentire conferma e lode religiosa ai metodi bellici, che i credenti più sinceri rifiutano.

«Dov’è la vittoria?», canta il nostro roboante e un po’ ridicolo inno nazionale. Appunto, dov’è? Magari non c’è vittoria dove si canta vittoria e c’è una vera vittoria sul male, dove non si parla di vittoria. (Mi permetto di ricordare che con quel titolo ho raccolto in un libro 115 testi sulla miseria e la fallacia del vincere, dall’antichità ai nostri giorni, e ne avrei già molti altri da aggiungere).

C’è una colpa storica delle religioni nel benedire i vincitori, come se la forza violenta fosse una sanzione divina. Sono convinto che le religioni, in generale, non sono violente, ma è la violenza che se ne serve per giustificarsi e consacrarsi. Però, il fatto che si lascino usare denuncia una loro ambiguità non risolta, o l’immaturità spirituale di tanti religiosi. Anche religioni tra le più miti, dove diventano religioni di stato, legate al potere, finiscono per giustificare le violenze (D.L. Smith-Christopher, La nonviolenza nelle religioni, Emi).

Enrico Peyretti,

dicembre 2010

 

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