Menu Pagine
TwitterRssFacebook
Menu Categorie

Pubblicato da il 17 Dic 2019 in Letture | 0 Commenti

Albert Schweitzer, gli indigeni e la guerra: espressione di una civiltà malata (A. Schweitzer)

Mio moglie ed io avevamo già passato la stagione asciutta in Africa e cominciavamo già a fare progetti per il ritorno in patria all’inizio della terza quando, il 5 agosto 1914, giunse la notizia che in Europa era scoppiata la guerra. La sera di quello stesso giorno ricevemmo l’avviso che, pur potendo rimanere per il momento nella nostra abitazione, dovevamo considerarci prigionieri, troncare qualsiasi  rapporto coi bianchi  e con gli indigeni e prestare obbedienza incondizionata agli ordini dei soldati negri che sarebbero venuti a sorvegliarci. Come noi furono internati nella stazione di Lambarene un missionario e la moglie che erano pure alsaziani.

Gli unici effetti della guerra che all’inizio gli indigeni ebbero modo di notare furono la fine del commercio del legname e il rincaro di tutte le merci. Solo più tardi, quando molti di essi furono inviati nel Camerun come portatori al servizio dei reparti combattenti, cominciarono a capire che cosa fosse veramente la guerra.

Quando si venne a sapere che già dieci dei bianchi che prima abitavano lungo l’Ogoué erano caduti, un vecchio selvaggio disse: “Quanti uomini sono già stati uccisi in questa guerra! Ma perché poi queste tribù non si riuniscono a discutere? Come riusciranno a pagare tutti questi morti?”.

Fra gli indigeni, infatti, i caduti in guerra, tanto dei vincitori quanto dei vinti, devono essere pagati dall’altra parte. Lo stesso vecchio selvaggio trovò a ridire perché gli europei evidentemente uccidevano soltanto per crudeltà dato che non volevano mangiare i morti.

Che i bianchi facessero prigionieri dei bianchi e li ponessero sotto sorveglianza di soldati negri, era poi per gli indigenti un fatto incomprensibile. Quante ingiurie i miei guardiani si sentirono rivolgere dalla gente dei villaggi vicini perché pensavano di essere “padrone per il dottore”.

Quando mi fu vietato di lavorare in ospedale, volli dapprima completare l’opera su Paolo, ma venni subito conquistato da un altro argomento che mi portavo dietro già da anni e che ora la realtà della guerra aveva reso attuale: il problema della nostra civiltà. Il secondo giorno del mio internamento, ancora stupefatto di potermi mettere a tavolino di prima mattina come nel periodo precedente allo studio della medicina, posi mano alla filosofia della civiltà.

 

Il primo stimolo ad occuparmi di questo argomento mi era venuto nell’estate del 1899 a Berlino in casa di Ernst Curtius. Una sera Hermann Grimm e altri discutevano su una riunione dell’accademia da cui erano appena giunti. Improvvisamente uno – non ricordo più chi fosse – aveva pronunciato la frase: “”Ma che! Siamo tutti soltanto degli epigoni”. Era stato come un lampo per me perché la frase aveva dato espressione a quel che io stesso sentivo.

Fin dai miei primi anni di università avevo nutrito dei dubbi sulla tesi della sicura evoluzione dell’umanità lungo una via di progresso. Avevo avuto l’impressione che il fuoco egli ideali andasse consumandosi, senza che lo si notasse e ce se ne desse pensiero. In un’infinità di occasioni avevo dovuto constatare  che l’opinione pubblica  non respingeva con sdegno  le idee inumane apertamente manifestate, ma le accettava e salutava come opportuna la condotta inumana di stati e nazioni. Mi era sembrato che si fosse tepidi anche nei confronti del giusto e del conveniente. Da tanti e tanti segni avevo concluso che quella generazione, orgogliosa del proprio lavoro, doveva essere in preda a una peculiare stanchezza psichica e spirituale.

(…).

Ora la guerra infuriava, tragica conclusione di un processo di decadenza.

(…).

Quando ripresi la mia attività medica con una relativa libertà, trovai il tempo di occuparmi dell’opera sulla civiltà. Quante notti, seduto al tavolino, pensai, meditando e scrivendo, a coloro che giacevano nelle trincee!

 

Albert Schweitzer, LA MIA VITA E IL MIO PENSIERO, Edizioni di Comunità, 1977 (or. 1931), p. 131-134

Pubblica un Risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *