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Pubblicato da il 13 Apr 2016 in Eventi | 0 Commenti

TEATRO: Alessandro Anderloni, vivano i disertori (Wu Ming I)

 

Prealpi veronesi.

Zoom in: Monti Lessini.

Zoom in: Comune di Roverè.

Zoom in: Frazione di San Rocco di Piegara.

Zoom in: Contrada Negri.

Qui, il 7 marzo 1917, i carabinieri scovano e ammazzano Alessandro Anderloni, “el Sandro”, 36 anni, vedovo, una figli piccola di nome Norma.

Sandro è richiamato alle armi poco prima dell‘entrata in guerra. Sua moglie Maria è già morta, Norma ha solo due anni e viene affidata ad alcuni parenti. Sandro parte per raggiungere l’82° Battaglione della Milizia Territoriale. Poco dopo, si trova sull’altopiano di Asiago, una manciata di chilometri da casa ma un altro mondo, frastornante, incomprensibile, fetido di sterco e cadaveri, gremito di esistenze appese a fili di ragnatele.

Dopo un anno e mezzo di inferno, il 28 settembre 1916, Sandro si allontana dal suo reparto e, camminando, torna in Lessinia. Si nasconde in contrada Negri. Da lì, ogni tanto, può andare a trovare la bimba.

Cinque mesi più tardi, il rastrellamento e l’uccisione. Il verbale dei carabinieri parla di un tentativo di fuga, il referto dell’ospedale militare di Verona parla di una revolverata al ventre.

Nel luglio 1921 a Roverè si inaugura il monumento ai caduti. Subito diversi abitanti protestano, perché manca un nome: ANDERLONI ALESSANDRO dov’è? Non è caduto come gli altri?

No, rispondono le autorità, perché era un disertore, e i disertori non vanno ricordati. A quel punto la polemica s’infiamma: il nome di Sandro viene aggiunto agli altri con vernice e pennello; il commissario prefettizio tale Leopoldo Lioy, si arma di straccio e acetone e va di persona a cancellarlo; per tutta risposta, gli abitanti mandano alla Prefettura una petizione firmata da più di 600 capifamiglia, e intanto il nome viene inciso nella pietra.

Ma siamo nella stagione dello squadrismo: una sera arriva un autocarro da Verona, con sopra una ventina di fascisti. Mentre minacciano e tengono a distanza gli abitanti di Roveré, uno di loro scalpella via il nome di Sandro, poi ripartono, sgommando, sghignazzando e sparando in aria, non prima di aver lasciato un cartello dove minacciano ritorsioni se qualcuno avrà l’ardire di riscrivere il nome di un vigliacco disertore, un traditore della Patria. È il 5 agosto 1922.

Da allora, la storia di Sandro cade nel dimenticatoio…finché non entra in scena un altro Alessandro Anderloni, discendente e omonimo del primo, regista teatrale, videomaker, organizzatore del prestigioso Film Festival delle Lessinia.

Siamo già nel XXI secolo quando Alessadro trova per caso il “santino” del proprio omonimo, fatto stampare dalla famiglia nel 1920. Sul cartoncino ingiallito, sotto una foto di Sandro, elmetto da bersagliere, occhi tristi, sorriso sforzato, baffetti radi, capelli chiari – campeggia la scritta: PIETOSO RICORDO / DI / ANDERLONI ALESSANDRO. Sotto, uno scarno resoconto dei fatti: la chiamata alle armi, la diserzione, la morte.

Incuriosito, Anderloni ricostruisce la vicenda e ne trae un lavoro teatrale Al disertore, che va in scena a partire dal 2009. La storia di Sandro torna a vivere, e anche le polemiche. Molti abitanti della Lessinia si commuovono scoprendo la storia del loro conterraneo dimenticato, ma c’è anche chi se ne va dal teatro in preda all’indignazione, per il vilipendio alla Patria consumato facendo l’apologia di un disertore. Un dirigente locale dell’Associazione Nazionale Combattenti e Reduci dattiloscrive e invia una missiva al regista (i maiuscoli sono nell‘originale):

Egr. Sig. ALESSANDRO ANDERLONI, ATTORE

(….) Il suo anonimo (sic), per quei tempi, è stato un disertore, traditore della patria. Il ripersi (sic) di questa recite (sic) è un continuo stillicidio nei confronti dei SEICENTOMILA CADUTI NEL CONFLITTO 1915/1918.

Mentre scrivo queste righe, marzo 2015, è in post-produzione il film tratto dallo spettacolo.

Caro Alessandro,

ho appena finito di vedere la copia lavoro. Commovente, ben recitato, efficace. “Ve la conto mi, la storia del Sandro” è una cornice che ti afferra subito.

Di grande effetto l’alternarsi di narrazione in dialetto e scene di tono grottesco/caricaturale recitate in un italiano pomposo, formulaico.

Ben resa la caratterizzazione alla Grosz dei laidi figuri di potere e sottopotere: il politico, il pennivendolo, il monsignore, il generale, la duchessa col suo “sano umorismo”, le contessine che parlano all’unisono con effetto “Qui, Quo e Qua” (e si capisce subito che non ha alcuna importanza cosa dicano, sono tutti cliché infinitamente ruminati), tutta questa fauna che crapula e cachinna, indegna di tutto, che ride “Più tacchino!” dopo aver intonato peana alla morte (altrui).

Il ruolo che hai riservato a te stesso, quellodel poetastro ispirato a DAnnunzio coi suoi “Oooooooohhh…” e i suoi striduli sbotti di retorica, richiama alle responsabilità cheavrebbe dovuto e ancora dovrebbe avere l’intellettuale, responsabilità che invece il più delle volte schiva (e oggi addirittura irride) per potersi sedere al banchetto dei laidi. Laidi che sono annoiati a morte da qualunque cosa sia arte e cultura, sanno solo che – secondo copione – devono riscuotersi dall’assopimento quando arriva il punch line (“Ai morenti!”).

A fare da contraltare, un diffuso sapere dal basso, un sapere la verità (“no i ga in mente altro”, solo la guerra) e un sapere cosa potrebbe essere il modo se sempre più persone smettessero di accettarlo così com’è. Non è una proposizione condizionale tra tante, è la proposizione condizionale, quella che dovrebbe ispirare ognuno di noi in ogni momento, a partire da quelli come me e te che scrivono, recitano, organizzano cultura: non possono fucilare tutti, se scappano tutti.

Il finale, coi figuri del potere terrorizzati dalla parola altra e costretti a scendere al piano di sotto per guardare le fotografie – quando ci sono – di quelli che hanno mandato al macello, mi ha fatto piangere.

Anderloni porta nei teatri anche il recital di voce e fisarmonica La Grande guerra meschina interamente dedicato a diserzioni, decimazioni ed esecuzioni sommarie.

Wu Ming I, Cent’anni a Nordest, Rizzoli, 2015, p. 176-183

 

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