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Pubblicato da il 8 Dic 2016 in Frammenti | 0 Commenti

Ammirare e sparare: uccidere ieri e uccidere oggi (E. Camanni)

Ammirare e sparare: uccidere ieri e uccidere oggi (E. Camanni)

La Grande Guerra sulle Dolomiti è stata uno scontro medievale tra montanari della stessa cultura, della stessa pelle e della stessa religione. Per due anni e cinque mesi ci si è ammazzati tra vicini di casa per un pezzo di terra (o di roccia) così inutile e inabitabile che il freddo e le valanghe si portavano via i vincitori. Per due terribili inverni gli alpini e i cacciatori del Kaiser hanno resistito all’istinto cameratesco di darsi una mano, invece di spararsi, per far fronte all’angoscia della neve e all’urlo della tormenta, come fanno da sempre i montanari di fronte al pericolo.

Scriveva Cesare Battisti pensando agli alpini:

“Dove un borghese, un cittadino, muore di sete, il montanaro, frugando con l’occhio, scopre la sorgente. Dove altri si accascia nel dubbio di scegliere la strada, il montanaro procede sicuro, scruta le peste dei viandanti e degli animali; se c’è pericolo della valanga, subito intuisce quale è il posto atto al riparo; se la tormenta imperversa, sa come evitare l’assideramento”.

Il codice cavalleresco dei combattenti nasceva proprio dal rispetto per l’abilità alpinistica del nemico e per la sua familiarità con la montagna; se uno straniero affrontava una parete difficile, prima lo si ammirava e poi gli si puntava addosso la mitragliatrice. Il sentimento di stima e di complicità superava la legge aberrante della guerra, e in qualche modo la riscattava.

Questo non succede nelle guerre di religione del nostro tempo (Algeria, Irlanda, Terre Sante), dove l’odio è così radicato da annientare ogni barlume di compassione, non è successo nei cento conflitti ideologici di questo secolo in cui a fede politica ha giustificato torture e massacri in ogni angolo del mondo, e men che mai potrà succedere nelle agghiaccianti guerre elettroniche di domani, dove il nemico non sarà più una persona, ma un punto luminoso che lampeggia sullo schermo. E d’un tratto non lampeggia più.

Rispetto ai barbari assalti all’arma bianca degli alpini, che si infilzavano con le baionette come i patrioti garibaldini dell’Ottocento, le nostre guerre sembrano l’espressione di una nuova civiltà: con incantesimi virtuali le abbiamo lavate dal sangue e con contorsionismi morali le abbiamo profumate e infiorate di giuste cause. Ma non siamo migliori dei nostri nonni, perché per quanto atroce e per quanto stupido fosse uccidersi ottant’anni fa per un pezzo di cresta raschiata dal vento, era sempre meno disumano che farlo nel nome di una presunta verità universale o nascosti dietro il comando digitale di un missile. Era più leale.

Enrico Camanni, La guerra di Joseph, Vivalda, 1998, p. 8-9

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