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Pubblicato da il 10 Feb 2017 in Letture, Uncategorized | 0 Commenti

Ancora su Ungaretti che ritorna sul Carso nel 1966 (G. Ungaretti)

Ancora su Ungaretti che ritorna sul Carso nel 1966 (G. Ungaretti)

 

Discorso d’apertura di Giuseppe Ungaretti al Convegno che si tenne a Gorizia il 20 maggio 1966 dall’Istituto per gli studi mitteleuropei sul tema La poesia, oggi, pubblicato su “Iniziativa Isontina”:

Il nome di Gorizia, dopo cinquant’anni, mentre si compie il primo cinquantennio dalla vicenda che l’ha mutata, torna a significare per me ciò che per noi, soldati in un Carso di terrore, significava allora. Non era il nome di una vittoria – non esistono vittorie sulla terra se non per illusione sacrilega – ma il nome d’una comune sofferenza, la nostra e quella di chi ci stava di fronte e che dicevano il nemico, ma che poi, pure facendo senza viltà il nostro cieco dovere, chiamavamo nel nostro cuore fratello.

Ho ripercorso ieri qualche luogo del Carso. Quella pietraia – a quei tempi resa, dalla spalmature bavose di fanga colore di sangue già spento, infida a chi, tra l’incrocio fitto delle pallottole, l’attraversava smarrito nella notte – oggi il rigoglio dei fogliami la riveste. È incredibile, oggi il Carso appare quasi ridente.

Pensavo: ecco, il Carso non è più un inferno, è il verde della speranza; ecco, pensavo, invita a raccolta chi si propone di diffondere poesia, cioè fede e amore.

Ho sbagliato tante volte – chi oserebbe contarle, tante sono -: e sono difatti un uomo, posso vantarmi di essere stato sempre un uomo, anche sbagliando – sono un uomo, sono in ogni momento che passa, fallibile; patisco, come ogni altra persona umana, d’abbagli.

Ma qui, sul Carso, quando mi cavavo dall’anima le parole, le mie povere parole, non sbagliavo, ero solo, in mezzo ad altri uomini soli. Di null’altro eravamo possessori, noi poveri uomini, se non della propria solitudine, ciascuno. Il luogo era un luogo nudato, un luogo di spavento, ma non ne era spaventata la nostra anima, era sola, offesa che il nostro corpo fosse, in mezzo a tanta impazienza della morte, tanto, e solo, presente alla propria fragilità.

Fu allora, per in qualche modo guarirci dall’ossessione della fragilità, che nell’anima ci nacque e crebbe una forza maggiore e molto più importante della guerra e della morte; fu allora che riudimmo nascere, crescere nell’anima la forza vera, quella che può annientare nell’oblio la solitudine, quella che può muoversi inerme e incolume anche in mezzo al fulmino, visibile, continuo mietere della morte; era il sentimento, ancora tremulo, ancora cauto, ma, come di solito succede alle voci di scoppio primaverile, già, per eccesso della delicatezza, troppo impetuoso; era il sentimento che ogni uomo è, senza limitazioni né distinzioni, quando non tradisce se stesso, il fratello di qualsiasi uomo, fratello come se l’altro non potesse essergli meno simile d’un altro se stesso. Tornava a nascere tra lo scheggiarsi della roccia in voli di sventagliature micidiali, un sentimento dal quale è ancora all’uomo urgente di abilitarsi, finalmente.

Ho altro a cuore da esprimervi. In Gorizia ha reso l’anima a Dio, Umberto Saba. Dall’anima letta, da questa città dove ebbe il letto d’agonia, invoco la grazia dell’ispirazione che si assista sempre”.

Inizativa Isontina”, VIII (1966), 28, p. 40

Nel sito vedi anche:

http://www.inutilestrage.it/li-hanno-messi-in-fila-anche-dopo-morti-1966-ungaretti-torna-sul-carso-l-bellaspiga/

 

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