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Pubblicato da il 21 nov 2017 in Frammenti | 0 Commenti

Ancora sull’inno di Mameli, “Il Canto degli italiani”: dal Piave in qua… (P. Pellizzetti)

 

Entusiasmo bipartisan per l’inno del fratello Mameli?

La mossa tanto attesa della Commissione Affari Costituzionali, che con DDL ufficializza definitivamente il riconoscimento de “il Canto degli Italiani” (vulgo “di Mameli”) quale inno nazionale, ha suscitato unanime entusiasmo nell’intera penisola; mentre un’ondata di spirito patriottico già spingeva fino a notte inoltrata larghi strati della popolazione a far risuonare sotto i mille campanili del Bel Paese i versi e le note della veneranda composizione risorgimentale.

Quelle alate parole che gli eroi del nostro calcio nazionale, con quelle loro belle voci stentoree e stonate, hanno intonato sui prati erbosi di mezzo mondo – dalla rocciosa Macedonia alla fatale Scandinavia – quale Diana guerriera per l’annuncio di sempre nuovi trionfi. O no?

In effetti l’inno in questione è un canto malaugurante, con quell’accompagnamento a marcetta composto dal maestro Michele Novaro nel novembre del 1847, perfetto per l’esecuzione di un’orchestra composta da trombette e grancassa, quale sintonico accompagnamento musicale di un Paese che ha fatto della retorica militaresca una teatralità trombonesca. Pura smargiassata da ruggito del topo. Con annesso ammiccamento del “mica si fa sul serio”

Difatti un perfetto premier italiota quale Silvio Berlusconi, intonando il fatidico verso “siam pronti alla morte”, ostentava scaramanticamente il gesto delle corna.

E con ciò si arriva al testo, opera di Goffredo Mameli, che lega l’epopea ottocentesca con quella del Terzo Millennio del fu cavaliere di Arcore. E la parola chiave è “fratelli”, il ricorrente appellativo che imbastisce un filo di continuità plurisecolare; dai framassoni risorgimentali fino al piduista Berlusca. Tutti affratellati dal “grembiulino”, che negli anni e nei decenni nascondeva lo smarrimento delle ragioni originarie motivanti la segretezza massonica (la difesa del libero pensiero delle rivoluzioni borghesi che imponeva appartenenze “coperte”); gradatamente sostituite dall’affarismo e dall’allestimento delle relative cordate.

Francamente lascia basiti l’adozione unanime, da parte del Parlamento, di questo biglietto da visita dello Stato che proclama un patrimonio ideale reso definitivamente fasullo dall’avvenuto, definitivo, deterioramento dei valori a cui continua a riferirsi. Seppure ancora in grado di obnubilare anime semplici o di sedurre menti astute con l’esibizione di una potenza in larga parte fittizia. Si narra che il maestro venerabile Licio Gelli, gran capo della loggia Propaganda 2, solesse impressionare i nuovi adepti mettendoli in contatto telefonico con i Vip desiderati. La cui voce era simulata alla perfezione nella cornetta dall’imitatore fratello Alighiero Noschese.

Né valga a riabilitare questo plesso di non indimenticabili precedenti, sotto forma di canzonetta, la sponsorship di un rispettabile presidente della Repubblica quale Carlo Azeglio Ciampi; che in più occasioni incoraggiò dal Quirinale la ripresa di tale abitudine canora – in particolare da parte dei titani del pallone – in quanto dichiarata “energetica”.

Non a caso da più parti si era segnalata una vicinanza spirituale di Ciampi alla fratellanza in grembiule e alla sua morte un comunicato del Grande Oriente d’Italia – Palazzo Giustiniani ne celebrò il rispetto verso la propria organizzazione e le di lui affiliazioni internazionali; dalla loggia Montesquieu alla White Eagle.

Ormai tanta acqua è passata sotto i ponti. Resta solo da domandarci quanto questo Paese sempre più diviso per bande abbia bisogno di riconoscersi nei versi fasulli e nelle note ridondanti che celebrano un’idea guittesca di civile convivenza.

Pierfranco Pellizzetti

(Micromega online, 17 novembre 2017)

* Alcuni commenti (consultazione in rete 21 novembre 2017)

Agnoletto Ugo scrive:

17 novembre 2017 alle 16:15

ha ragione, solo un governo di sinistra, che si richiama agli ideali di Marx, poteva fare questo. Mi meraviglio che non abbiano messo “O bella ciao” come inno di riserva.

Scavazza Giovanni scrive:

17 novembre 2017 alle 18:40

E’ MORTO SALVATORE RIINA

di anni 87

Ne danno il lieto annuncio:

Giovanni Falcone

Paolo Borsellino

Boris Giuliano

Claudio Traina

Emanuela Loi

Agostino Catalano

Vincenzo Li Muli

Eddie Walter Cosina

Piersanti Mattarella

Rocco Chinnici

Salvatore Borlotta

Emanuela Setti Carraro

Calo Alberto Dalla Chiesa

Ninni Cassarà

Francesca Morvillo

Antonio Montinaro

Rocco Dicillo

Vito Schifani

Giuseppe Borsellino

Pino Puglisi

Beppe Alfano

Enzo Fragalà

Peppino Impastato

e tutte le VITTIME innocenti

della MAFIA

Agnoletto Ugo scrive:

18 novembre 2017 alle 07:23

e l’ “Inno del Piave”? Io abito a cento metri dal Piave e ogni tanto sento che mormora: “Non passa lo straniero”. E penso a come è calpestata la memoria dei soldati morti per niente.

Agnoletto Ugo scrive:

18 novembre 2017 alle 07:27

la mafia fiorisce dove lo stato è latitante. Allora la gente, che si sente tradita dallo stato, si rivolge a chi offre loro protezione, lavoro. La mafia è un’erbaccia che vive se innaffiata dallo stato. Coloro che sono ammazzati dalla mafia sono come i soldati della prima guerra mondiale. Mandati allo sbaraglio da uno stato che pensa ai propri interessi.

Antonio Rizza scrive:

18 novembre 2017 alle 23:06

La grandezza di una nazione non la fa un inno comunque si sarebbe potuto fare meglio, cosa centra Scipio, Legnano, Ferruccio, Balilla,

Austria, Polacco, Cosacco, con l’Italia e gli italiani di oggi, anche se quelle parole rappresentano scorci di storia restano sempre cose fine a se stesse con valori alquanto sommari.

francesco montera scrive:

20 novembre 2017 alle 10:13

Meno male che non sono l’unico a trovare penoso il nostro inno, peraltro palesemente guerrafondaio, fascisteggiante e… ridicolo (dai su, la storia della vittoria schiava di Roma nun se pò sentì…).

Ma non sarebbe stato più degno il “va pensiero”? …o anche “volare”…

gianni rosso scrive:

20 novembre 2017 alle 17:11

Un Paese che avesse davvero voluto voltare pagina in senso davvero democratico dopo la caduta del fascismo e la fine della II guerra mondiale da esso propiziata, avrebbe potuto scegliere anche “Bella Ciao”.

Agnoletto Ugo scrive:

20 novembre 2017 alle 18:15

“bella ciao” Chi sarà mai oggi l’invasor?

 

 

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