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Pubblicato da il 11 Dic 2017 in Letture | 0 Commenti

Andrea Graziani, il fascismo e la stoltezza della guerra (P. Malaguti)

 

Il partito ha fatto le sue scelte, ha santificato chi aveva le mani sporche di sangue, e adesso ha deciso di far calare il sipario su una verità scomoda, ossia che c’è ancora qualcuno che non ha digerito la guerra, che non ha dimenticato su cosa si è costruita l’Italia, quella volta, nel ’18.

Se fossero andate così le cose Malossi non avrebbe fatto troppa fatica a lasciar correre: la ragione e il torto, la verità e le menzogne sarebbero state divise tra loro in maniera nitida. E invece no. Questa gente pare ricordare anche le pagine buone nella vita del generale, pagine effettivamente gloriose. E quei reduci con le lacrime agli occhi sembrano davvero credere alle voci che gridano dal palco, e sputano ancora, come se non fossero passati dieci anni, ma dieci mesi, parole come onore, patria, gloria, destino.

Questo, riconosce Malossi, accendendosi finalmente la sigaretta e soffiando via il fumo assieme alla nuvola del fiato nell’aria fredda, vuol dire che Graziani ha fato ciò che ha fatto non i nome di una follia sanguinaria, ma in nome dello stesso principio di solida lealtà verso lo Stato che lo muoveva nelle altre pagine della sua vita.

Vuole dire che i soldati da lui fucilati sono stati fucilati non da un’aberrazione, ma dall’applicazione razionale e legittima di un’autorità che aveva ponderato, valutato e alla fine previsto la loro morte. E vuol dire, infine, che è possibile uscire dalla guerra, dopo aver toccato con mano quanto di irrazionale e ingiusto e grottesco vi sia in essa, e convincersi, o credere senza sforzi, che invece rappresenti un’esperienza potenzialmente dotata di senso, di logica, di significato.

Paolo Malaguti, Prima dell’alba, Neri Pozza, 2017, p. 245-246

 

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