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Pubblicato da il 2 Nov 2017 in Letture | 0 Commenti

“Avanti, c’è posto!”, nella ritirata da Caporetto (P. Malaguti)

“Avanti, c’è posto!”, nella ritirata da Caporetto (P. Malaguti)

 

E allora nella notte scoppia la rabbia figlia della paura, e nel buio balenano i lampi delle fucilate, tra le grida, le bestemmie, i rantoli e le risse. Quando, alla luce di poche lampade di fortuna, la colonna riprende il cammino, tutti fingono di non vedere i cadaveri a bordo della strada, sono soldati che han fatto la trincea, li riconosci dai vestiti, o raccomandati di ferro, ginocchi vuoti abituati a stare al caldo.

Quello non è un momento buono per fare domande o emettere condanne. La giustizia, se mai ci sarà ancora, si troverà forse più avanti. “Avanti, c’è posto!” si scherzava sotto i confetti kakani, nella trincea Cadorna, pensando a chi, dai giornali o comunque dalle retrovie, si divertiva a raccontare una guerra buona sulla carta e, quindi, integrava saggiamente qualcuno, buona giusto per pulircisi il culo. Avanti, c’è posto, per chi la guerra vuole vederla sul serio, e il posto è quello lasciato dai morti, che ormai non si lamentano più.

E invece, adesso lì davanti non c’è più posto, e l’unico posto è indietro, e quindi sarebbe da scherzarci sopra, gridando: “Indietro, Savoia!” o “Indietro, c’è posto!” ma nessuno ha voglia di scherzare.

A togliere di mezzo rabbia e rancori omicidi basta una sosta vicino a un baraccamento, attorno al quale sciamano i soldati come mosche sulla carne. “Sbrighiamoci” ordina il tenente, “è un deposito di vettovagliamenti, andate a prendere quello che c’è, prima che finisca”.

* Kakano: soprannome dato ai soldati autroungarici

Paolo Malaguti, Prima dell’alba, Neri Pozza, 2017, p. 107

 

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