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Pubblicato da il 23 Dic 2018 in Chiesa | 0 Commenti

Basta eserciti! E basta sostegno della Chiesa! (R. Filippini)

È noto quanto siano stati divergenti i giudizi del mondo cattolico sul primo conflitto mondiale dall’inizio alla conclusione e, a seconda delle voci, dal papa alla curia romana, dai vescovi delle nazioni coinvolte agli opinionisti e ai teologi del tempo.

(* cfr. D. Menozzi, Chiesa, pace e guerra nel Novecento. Verso una delegittimazione dei conflitti, Il Mulino, Bologna 2008)

Nel conclave celebrato durante i primi mesi della guerra, il 31 agosto 1914, Aurelio Galli, segretario alle lettere ai principi, pronunciando la consueta Oratio de eligendo Summo Pontefice, sottolinea che le tradizionali virtù richieste per l’esercizio del ministero petrino appaiono particolarmente necessarie nell’immane conflagrazione da poco scoppiata e mette in rilievo che la causa della guerra, da lungo in gestazione nel mondo contemporaneo, risiede nei mali che la società si è procurata, dal momento che ha abbandonato l’unico fondamento su cui basare l’ordine e l’autorità, cioè la religione cristiana. E pur notando che “codesta smania di combattere è stata suscitata dall’ira (di Dio)”, sostiene che nei disegni della Provvidenza “lo stesso ferro e fuoco delle guerre” è diretto a risanare le nazioni.

Il discorso riprende di fatto la lettura maturata nella curia romana e in molti ambienti ecclesiastici intransigenti, per i quali la guerra è giudicata una punizione divina per espiare in terra le colpe collettive di uomini allontanatisi dal cristianesimo e farli rinsavire dalla secolarizzazione operata dalla rivoluzione francese. A questo schema interpretativo appartengono anche i primi interventi del nuovo pontefice, Benedetto XV, che esorta alla pace e alla preghiera perché Dio “deponga questo flagello dell’ira sua”. Nell’allocuzione al concistoro del 22 gennaio 1915 il papa arriva a equiparare la punizione della guerra a quella manifestatasi nel 1908 con il terremoto di Reggio Calabria e Messina, sia per la trascuratezza dei dettami della morale cattolica nei comportamenti individuali, sia per il rifiuto di una società strutturalmente cristiane nei suoi ordinamenti.

Diffusa e amplificata dalla pubblicistica cattolica, prevale dunque la lettura della guerra come un cataclisma naturale, volto a castigare e a convertire l’umanità, anche se non manca da parte del papa, già al termine del primo anno, una condanna accorata della guerra, contraddizione della fraternità umana e della stessa filiazione del Padre celeste, come scrive nell’enciclica Ad Beatissimi del 1 novembre 1915:

Nessun limite alle rovine, nessuno alle stragi: ogni giorno la terra ridonda di nuovo sangue, e si ricopre di morti e feriti. E chi direbbe che tali genti, l’una contro l’altra armata, discendono da uno stesso progenitore, che siano della stessa natura e parti tutte di una medesima società umana? Chi li ravviserebbe fratelli, figli di un unico Padre che è nei cieli?”.

(* Benedetto XV, Enciclica Ad Beatissimi citazione in I. Giordani (a cura di), Le encicliche sociali dei papi. Da Pio IX a Pio XII (1864-1956), Studium, Roma 1956, p. 267)

Il pontefice, che d’altra parte non rinnega la dottrina tradizionale della guerra giusta e rivendica il suo diritto a essere giudice supremo, rifiuta però, in quanto padre comune dei fedeli militanti nei due schieramenti contrapposti, di formulare un giudizio in merito alla guerra in corso e di sostenere l’una o l’altra parte. Invita insistentemente tutti a cercare la riconciliazione e la soluzione pacifica del conflitto e si impegna a moralizzarlo nelle forme e nelle condizioni, richiamandosi a quel criterio della dottrina che era definito “iustus modus”.

E forse è proprio questo criterio della tradizione che lo condurrà alla famosa Nota ai capi delle nazioni nell’agosto del 1917, dopo anni di orrende carneficine, in cui si palesa l’immane sproporzione fra i tragici mezzi distruttivi messi in campo dalla tecnica militare e i pretesi legittimi obiettivi che ognuno dichiara di perseguire. Nella Nota la via della pace era affidata a un accordo internazionale per il disarmo simultaneo e proporzionale e per la sostituzione degli eserciti di leva con un istituto per l’arbitrato delle controversie tra gli Stati, sorretto dalla fissazione di sanzioni contro i trasgressori delle sue decisioni. È qui che compare l’affermazione eclatante che il conflitto “ogni giorno di più apparisce inutile strage” con cui l’edificio della guerra giusta comincia scricchiolare: se infatti la guerra era inutile, non può essere strumento adeguato allo scopo che la giustifica, cioè il ristabilimento dell’ordine e del diritto internazionali…

Di diverso avviso sono invece gli episcopati delle nazioni in guerra e i loro portavoce. Basti pensare alla risposta rivolta al papa da parte del domenicano padre Sertillanges, in pieno accordo con l’arcivescovo di Parigi, in un discorso tenuto nella chiesa della Madeleine: “Santissimo Padre, noi non possiamo, per il momento, aderire ai vostri appelli di pace. (…) Noi siamo tra i figli che talora dicono: no, no!”.

Senza raggiungere lo stentoreo diniego del famoso predicatore francese, per il quale l’applicazione della Nota pontificia può aspettare la vittoria della Francia, molte sono le prese di di distanza del papa nel mondo cattolico di ogni parte, oscillante fra il rifiuto, l’elusione, la deferenza reticente, l’interpretazione libera del suo pensiero.

Il fatto è che per ogni Chiesa nazionale il conflitto corrisponde ai criteri di una guerra pienamente lecita: giusta causa, obbedienza all‘autorità costituita, rimedio estremo. Per i cattolici presenti nei due campi avversi la guerra è inoltre l’occasione per uscire dai ghetti in cui governi ottocenteschi li hanno confinati, mostrando il loro lealismo nei confronti dello Stato e il loro amor di patria. Ciascuna delle Chiese dei paesi in lotta si appropria poi dell’interpretazione della guerra flagello catartico della società secolarizzata, assegnando alla parte avversa la responsabilità del castigo divino e collegando alla vittoria del proprio schieramento la restaurazione della cristianità.

Lo storico Daniele Menozzi, nello studio citato, documenta in modo impietoso le vicende sconcertanti della pubblicistica francese e tedesca che vedono due riviste gesuite, “Etudes” e “Stimmen der Zeit”, fra loro in aperta polemica nel rivendicare l’indiscutibile supremazia della propria parte, investita da Dio del sacro compito di affermare la regalità di Cristo su tutto l’Occidente.

Non ci sarà da meravigliarsi se, circa vent’anni più tardi, durante la campagna d’Etiopia, si potranno leggere su “Vita e Pensiero”, espressione dell’Università Cattolica di Milano, e sulla “Civiltà Cattolica”, autorevole rivista dei gesuiti, articoli a favore dell’intervento militare italiano, come guerra giusta, legittimata dall’abolizione della schiavitù e da uno sbocco territorialmente adeguato a un’esorbitante pressione demografica, addirittura come via di espansione della civiltà cristiana, attraverso le armi del regime!

Roberto Filippini, Il Vangelo della pace. Caso serio di credibilità, Pazzini Editore, 2015, p. 18-22

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