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Pubblicato da il 7 Nov 2018 in Letture | 0 Commenti

Bianco: il colore della morte (M. Bubola)

Bianco: il colore della morte (M. Bubola)

Dopo tanti giorni di sentinella a continuare a guardare per ore nell’immobile bianco infinito della neve, ti si fanno gli occhi come fessure. Incessantemente osservi quella distesa per cercare una macchia più scura che assomigli alla vita. L’ombra a spirale di una cornacchia. I ghirigori che lasciano le zampette opache di una lepre o un furetto. Un ramo secco che trasuda qualche goccia d’acqua. Siamo vestiti di bianco e galleggiamo in un mare bianco. Anche se il nostro viso è diventato nero per via del riflesso del sole sulla neve. Tanti si sono accecati nonostante gli occhiali scuri in dotazione e sono scesi giù all’ospedale da campo barcollando e inciampando nell’oscurità del bianco. Siamo fuori dal mondo senza un nemico visibile, dentro un mondo con un nemico invisibile. Non vediamo mai nessuno in questo immenso concavo specchio. Lavoriamo alacremente tutto il tempo a portare assi e pietre e cemento per costruire un sentiero nel nulla, delle baracche nel nulla, un rifugio nel nulla. Abbiamo trainato fin quassù un pezzo d’artiglieria nella neve fresca ed ero così stravolto dalla fatica che non ricordo niente: se ho mangiato o dormito e per quante ore ho camminato. Il nostro passaggio e i nostri lavori sono solo ferite aperte e brutte cicatrici sul volto maestoso di queste montagne.

Vaghiamo in in latte immacolato tra la Marmolada, la Porta Vescovo e il Passo Pordoi sotto il gruppo del Sella. Da due giorni c’era il Fohn, il vento tiepido alpino che sa di primavera.

Sono nato ad Albenga tra gli ulivi e le palme, non lontano dal mare. Mio padre era erbivendolo e aveva una bell’asina bianca, con cui partiva ogni mattina per il mercato di Albenga.

Il bianco dei monti acceca più del bianco del mare. Qui il bianco ti entra nei pori dell’anima, subdolo e letale come un veleno, come una ninna nanna infida che ti vuole addormentare tra le sue spire per sempre. Dormi, dormi, sussurra la lieve cantilena della neve pronta a donare il suo sonno perenne a chi dorme da mesi poco e quel poco male. Con tutte le mie forze cerco di stare sveglio per mia moglie Tina che lavora al mio posto in panificio e per mia figlia Olga e il piccolo Savio, che poco mi han fatto dormire. Sto sveglio pensando al petto della mia sposa che si gonfiava e palpitava ai miei baci profondi, in quelle notti di luna crescente in cui si “compravano” i bambini. Una volta siamo usciti tra gli ulivi senza niente addosso e non ci si vergognava a guardare in faccia l’impudica luna e nuotare al suo chiaro. Così la sedetti tra le mie gambe e le feci un cesto con le braccia e restammo lì, dondolando, a sfidare l’aurora dentro la vertigine di un amore che ci rendeva audaci e ci trascinava più forte di noi e di tutti i timori e le costumanze e come il vento di libeccio faceva sobbalzare la nostra barchetta su e giù, onda dopo onda, e ci reggevamo stretti all’albero. Era l’albero di quell’amore nato dall’assennatezza che avevamo già da bambini. L’albero della puntualità delle risposte e del conforto delle vicinanze nello sgranarsi dei giorni. L’albero nato dalle nostre consonanze d’intenti che dichiarammo presto e mettemmo a riposare per gli anni della fanciullezza sotto la paglia. Pensavamo a sposare quella vita fertile e operosa, a farne un’inespugnabile casa di pietra con vista sul mare. Il giorno delle nozze fu il trionfo del nostro amore, che non c’entra nulla con quello che ci disse l’arciprete sulla buona e la cattiva sorte, la ricchezza e la povertà, la salute e la malattia. Perché di sorte ce n’era una sola per noi ed era quella di stare insieme senza aggiunta d’altro. E sempre ricordo le campane di San Bartolomeo e il tuo vestito bianco di merletto che era stato della tua povera mamma. Non ho mai visto niente di più bello, sposa mia, niente di così splendente, prima di questa neve. I tuoi occhi scuri e lucidi, le belle ciglia e le sopracciglia ad arco sulla fronte tonda e la cascata dei capelli corvini che cadeva a ciocche sul guanciale del letto nuziale. Che emozioni da morir contento. E quanti tesori e quante gioie nasconde l’Amor Coniugale! Abbiamo passato quattro anni a imbiancarci di farina, prima che venissi qui imbiancarmi di neve. Il bianco era nel nostro destino, ma non ha mai pensato per un attimo che potesse essere un colore assassino. Per me era il colore dell’allegrezza, del lavoro e della mia sposa. Della soddisfazione e del piacere. Che beffardo il destino che me lo ha fatto diventare il colore della morte!

Massimo Bubola, Ballata senza nome, Frassinelli, 2017, p. 41-44

(* Il capitolo – intitolato “La Bianca Dea” – è dedicato a Michele Costa, nato ad Albenga il 28 agosto 1890, fornaio. Morto sul ghiacciaio della Marmolada il 13 dicembre 1916)

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