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Pubblicato da il 21 Ott 2016 in Frammenti | 0 Commenti

Da una guerra all’altra: la morte di ieri, la morte di oggi (P. Jannamorelli)

Da una guerra all’altra: la morte di ieri, la morte di oggi (P. Jannamorelli)

 

(…) mi è tornata alla memoria una lunga serata di luglio di 40 anni fa trascorsa in compagnia di Emilio, un vecchio pastore di Calascio, delizioso paesino alle falde del Gran Sasso.

Strappato dalla sua famiglia con altri due fratelli più grandi, perché la “patria” lo chiama a combattere la “grande guerra”. Suo padre fu costretto a svendere per pochi soldi le 2000 pecore del gregge di casa e, quando lui è tornato dal fronte, ha trovato la desolazione e la fame, mentre il re e i generali festeggiavano la vittoria costata 600.000 morti.

Andavo verso il Sud e pensavo, scendendo per questa Italia lunga – scriverà anni dopo Mario Rigoni Stern – a quanti contadini siano venuti da qui a morire fra i miei monti nel ’15-’18”.

Nelle parole di Emilio c’era tanto sdegno e rabbia perché gli avevano rubato gli anni migliori.

Quel furore mai sopito sfociò in un clamoroso e originale gesto di protesta quando, circa 22 anni dopo, la cartolina di precetto per andare in guerra arrivò ai giovani di nuova generazione della sua minuscola comunità.

Dopo che furono partiti gli ultimi ragazzi, fra il pianto represso delle mamme e la collera dei padri che di nuovo venivano privati della giovane presenza cui affidare il gregge di pecore, Emilio si intrufolò, di sera, in chiesa, entrò nel campanile e cominciò a suonare, senza interruzione, la campana a rintocchi regolari.

In poco tempo una piccola folla si radunò sul sagrato.”Chi è morto?”, si chiedevano tutti con ansia.

È morta la nostra possibilità di ribellarci a un destino voluto non da Dio ma dagli uomini che ci comandano” disse Emilio tra la meraviglia di tutti coloro che si aspettavano di veder uscire il sagrestano addetto al suono delle campane e non quel “matto”.

Sono morti i nostri giovani partiti in questi mesi. Sono morti, anche se qualcuno più fortunato tornerà tra noi come sono tornato io dall’altra guerra. Porto ancora, non solo sul mio corpo, ma anche dentro di me, le ferite di morto di fame, di paura, pieno di pidocchi”.

Posso dire che il “vecchio” Emilio mi ha insegnato più di tanti scritti e discorsi di predicatori e intellettuali.

Quella campana a morto continua a risuonare implacabile nel mio cervello e nel mio immaginario ogni volta che vedo intorno a me sofferenze, disperazioni, paure, ferite fisiche e interiori, morti causate dall’odio e dall’egoismo dell’uomo.

Campane non solo simboliche dovrebbero suonare a morto nella Turchia di queste settimane o in Siria, in Egitto, in Nigeria, nello Yemen e in tanti altri posti dimenticati della Terra.

Quei rintocchi lugubri ricorderebbero al mondo intero la morte della democrazia, della libertà e della laicità presso popoli civilissimi e ricchi di storia.

In ogni angolo del pianeta insanguinato dalla follia omicida di chi disprezza la vita – degli altri ma anche la sua – andrebbero fatti rimbombare quei suoni inconfondibili, a richiamare l’attenzione per la morte dell’Umanità. (…).

Pasquale Jannamorelli, Sono un conservatore, in Qualevita, bimestrale di riflessione e informazione nonviolenta, n. 168, settembre 2016, p. 13-14

 

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