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Pubblicato da il 2 Mag 2017 in Letture | 0 Commenti

Dal “collasso universale della ragione” al futuro (V. Brittain)

Dal “collasso universale della ragione” al futuro (V. Brittain)

 

Nonostante la guerra, che ha distrutto così tanta speranza, così tanta bellezza, così tante promesse, la vita è ancora qui per essere vissuta; per il tempo che vivrò, come posso ignorare l’obbligo di farne parte, di affrontare i suoi problemi, di soffrire per le sue richieste e i suoi inciampi? Il salire e lo scendere dei suoi movimenti, i suoi cambiamenti, le sue tendenze ancora modellano me e tutto ciò che resta della mia generazione, che lo vogliamo o no, e nessuno potrà mai capire tanto chiaramente come noi, le cui vite son state oscurate dal collasso universale della ragione nel 1914, fino a che punto il futuro della civiltà dipenda dal successo dei nostri attuali sforzi per controllare le nostre passioni politiche e sociali e sostituire ai nostri impulsi distruttivi l’autorità vitalizzante del pensiero costruttivo. Salvare il genere umano dalla follia che porta alla guerra di sicuro potrà essere una lotta più esaltante della guerra stessa, una lotta capace di innalzare le anime degli uomini e delle donne con la stessa consapevolezza accresciuta di vivere, e unirle in un’unica, devota comunità il cui scopo comune trascende l’individuo. Solo il fine ultimo sarà diverso, perché il risultato di quella lotta non porterà più alla morte, ma alla vita.

Guardare avanti conclusi, e avere coraggio – il coraggio dell’avventura, delle sfida, dell’inizio, come il coraggio di resistere -, era sicuramente parte di quella lealtà. Il fidanzato, il fratello, gli amici che avevo veduto, tutti loro, in modi diversi, avevano avuto quel coraggio, e non sarebbe stato del tutto sprecato se, attraverso coloro che erano rimasti, avesse potuto influenzare le generazioni a venire e convincerle che, per quanto a lungo lo spirito dell’uomo fosse rimasto invincibile, la vita era degna di essere ricevuta e di essere donata. Se in qualche modo avessi potuto aiutare i miei contemporanei, specialmente quelli che, come me, un tempo si erano scoraggiati, e condividere con loro quell’ideale… forse, poi, se avessi avuto dei figli e avessi insegnato loro il desiderio di quel coraggio e l’impulso di redimere gli errori della generazione che li aveva fatti nascere, allora Roland, Edward, Victor e Geoffrey dopotutto non sarebbero morti invano. Era soltanto il passato che si erano portati nella tomba, e anche se lo avrei ricordato per sempre, avrei dovuto lasciarlo andare con loro.

… Sotto l’influenza

della morte, l’enorme caos del passato

giace scuro in silenzio.

Così aveva scritto Henley, e così, con lo sguardo al futuro, adesso dovevo muovermi.

Vera Brittain, Generazione perduta. Testament of Youth, Giunti, 2015 (or. 1960; prima ed. 1933), p.

630-631

vera con figli

Vera Brittain con i figli

 

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