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Pubblicato da il 22 Ago 2014 in Letture | 0 Commenti

DAL PREMIO NAZIONALE BIENNALE DI POESIA “POETANDO INSIEME 2014”

 

* Le poesie riportate qui sotto sono state premiate durante la Nona edizione del Premio Nazionale Biennale di Poesia “Poetando Insieme 2014” di Recoaro Terme (Vicenza), nella sezione “LA GRANDE GUERRA 1914-1918: UNA TRAGEDIA MONDIALE”.

Le motivazioni dei premi assegnati sono state scritte da Maurizio Mazzetto, Presidente della Giuria.

Poesie premiate

L’ANEMONE GIALLO (Primo premio)

Fiori di croci insolite

su anonime colline

piantate come viti

da pietose mani.

Sospeso tra cielo e terra

il tempo in un sospiro

porta con sé un dolore,

una domanda,

un grido.

E il vento sussurra ancora

passando tra quei legni,

i nomi di chi ha versato

il sangue nella storia.

. Nascosto tra fili d’erba

un poco a capo chino

sboccia, alla vita che avanza

un umile anemone giallo.

Paola Pillepich (Trieste)

La devastazione della Grande Guerra – che grande non fu, se non nella tragedia – è vista con gli occhi “di poi”. Le parole della composizione colgono, con rara sobrietà, il dolore di un sangue versato per l’insipienza degli uomini. Ma – dopo le domande e le grida – la vita “avanza”, e la poetessa si lascia istruire da un anemone giallo: la natura, senza far dimenticare, può forse riparare i danni della storia.

LA GRANDE GUERRA 1914-1918 (Secondo premio)

Un racconto, una storia

davanti al camino,

storie di soldati

storie di uomini

sporchi di fango

storie di uomini

sepolti dalla neve

uomini senza un nome

racconti ripetuti

con occhi bagnati dal pianto.

Un uomo che non ritorna

centro uomini che non ritornano

madri figli rimasti senza amore

senza casa

seduti su valigie di cartone.

Ma il sole brilla ancora nel cielo

il vecchio tace

il ricordo svanisce

mentre s’addormenta.

Maria Rosa Pittau (Murano – Venezia)

Poesia molto intensa, nella sua essenzialità. Essa scandisce con forza la tragedia dei soldati che hanno vissuto la Grande Guerra. I “racconti ripetuti” del vecchio sono incisi nella memoria di chi lo ascolta “davanti al camino”. Solo il fuoco, e, poi, il sole che “brilla ancora in cielo” possono far ritornare la speranza di un mondo diverso, dove l’addormentarsi non sia il lenitivo di un grande dolore, quello dei sopravvissuti e delle madri e dei figli “seduti su valigie di cartone”.

LA FERITA ANTICA (Terzo premio)

Della guerra

ho conosciuto solo

il tuo dolore

ci raccontavi il mondo antico

e piangevi…

Hai portato il lutto

sessant’anni sempre.

Il tuo “Pierino”

un giovane dagli occhi grandi

stupito, stava nell’ovale

della tua camera da letto.

Il nonno giovane mio

non ho mai conosciuto

e dicevano

che gli assomigliavo.

Se l’è portato via

la grande guerra,

una ferita antica

nella mia famiglia.

Tu sola nella vita

e le tue bambine.

Una la mia mamma.

A me bambino il tuo pianto

ha insegnato

a dire no alla guerra

sì alla vita.

Guido Maria Miglietta (Roma)

Poesia semplice e intima che esprime sentimenti familiari con coloriti ricordi. Una generazione passa all’altra il testimone della storia, che porta in sé anche le ferite che restano come cicatrici indelebili. Il poeta – commosso dal pianto della nonna per il nonno morto durante la Grande Guerra – raccoglie la lezione di vita proprio dall’errore umano. E la poesia intima diventa denuncia e impegno comune.

LE CALZE GROSSE (Premio speciale)

Su a Caporetto

le trincee erano vuote,

l’Alto Comando

reclamava nuove leve.

L’Italia non aveva

più uomini validi,

i morti lasciarono

uno stuolo di vedove,

madri senza più lacrime

figli mutilati da sfamare.

Con la desolazione nel cuore

partirono le classi 1898-99,

i figli imberbi e spaventati

con le calze grosse ben strette,

lavorate in fretta al tenue

chiarore di un mozzicone di candela

rubando le ore al sonno,

I calzeti tegnarà caldo i piè

di putei avanti e indrio tel fango”.

Le calze scalderanno i piedi dei figli,

nel vischioso fango delle trincee.

I grossi scarponi dei soldati

avevano suole di cartone pressato,

l’amore delle madri

nulla valse…

Gabriella Segato (Costa – Rovigo)

La poesia conserva i ricordi impressi nelle parole, le quali raccontano di una disfatta. Prima ancora nelle famiglie che nell’esercito. “Figli imberbi e spaventati” furono mandati allo sbaraglio, senza coscienza e pietà. Non bastò quella delle madri che prepararono “le calze grosse”. Non bastò la fortuna. “Nulla valse” a distogliere gli uomini dai progetti di morte per un’ “inutile strage” (papa Benedetto XV°, 1917). La desolazione di allora sia monito per tutti i poeti e per tutti gli uomini, chiamati a ripudiare la guerra e a cantare la vita!

Poesie segnalate

IL CIMITERO AUSTRO-ITALICO

Della Val di Genova (Trentino)

Rettangolo di verde

corre verso il richiamo del fiume,

si incornicia di noccioli

copre il silenzio delle salme

fattesi erbe e fiori e granito.

Le croci nere

racchiuse nel ricordo

sposano giovani vite

nel rinnovo della terra.

L’UOMO

infedele alla sua pace

si tormenta altrove.

Giacomo Botteri (Mestre – Venezia)

Non bastano i morti delle precedenti guerre – e della Grande Guerra in particolare – per far smettere la stoltezza dell’UOMO, che “si tormenta altrove” con nuove guerre? Il poeta, contemplando un piccolo cimitero di montagna, medita, sconsolato; mentre la terra si rinnova e, anche con le salme delle “giovani vite”, produce vita, ossia “erbe e fiori e granito”.

RAGAZZI DEL ’99

Sparsi e disseminati sui pascoli

dove si scioglie la neve,

come crochi a primavera,

stanno giovani corpi caduti

correndo all’assalto.

Il silenzio e la paura

il freddo e il frastuono

li assalivano e paralizzavano.

Con malinconia

pensavano

alla mamma e al loro paese.

Erano ancora adolescenti,

scarsi di vita e di anni,

e finirono sugl’irti monti

a combattere per la patria,

a morire per la libertà.

Giliana Casagrande (Vittorio Veneto – Treviso)

Combattere per la patria”, “morire per la libertà”: furono queste le motivazioni – forse più ingannevoli che ragionevoli – che spinsero gli adolescenti di allora, i ragazzi del ’99, a partecipare, peraltro costretti, alla Grande Guerra. Poi, diventano i caduti. Disseminati – come dice la poetessa con efficace immagine – “come crochi a primavera”. Hanno i colori del loro sacrificio: il bianco della gioventù e il viola del dolore.

NONNO E NIPOTE

Camminavano piano

salivano il monte

tenendosi per mano,

il sole brillava

la strada silente

e il nonno

pian piano

narrava paziente…

di scarpe ferrate

di zaini alle spalle

e cori, e canti

e muli e fanti,

di rocce scavate

di rosso bagnate

e giovani vite

rimaste lassù.

Il bimbo attonito

ascoltava pensoso

perché quel racconto

di guerra e d’amore

riempiva di palpiti

il suo piccolo cuore…

…ma poi sognava

la pace dei monti

le corse sui pascoli

ruscelli più puri

e fiori, e fiori, dai mille colori…

Stringeva la mano

al nonno tremante

ed alba e tramonto

sognavano assieme

la pace del mondo.

Emma Duranti (Padova)

Ritmata dalla rima, la poesia dolcemente accompagna il cammino del nonno e del nipote, il quale raccoglie, sì, i racconti dell’anziano che fu soldato, ma preme di correre e saltare tra i ruscelli e i prati dei monti. Solo il sogno della pace unisce le menti e cuori di ogni generazione.

È IL SUO SILENZIO A RACCONTARE

Son ritornà quassù zima Caldèra

Dopo zinquataun anni

Da la tempesta de la prima guera

E me pareva de sentire ancora

‘L pianto dei feridi,

I colpi dei canoni come alora

E intorno a tuti i sassi, ‘nsanguinai

I morti fati a tochi e rebaltai

Uno su l’altro come fusse stéle (…)”

Mario Sartori Keiserjager

Lungo i camminamenti

i piedi

pesanti, di pietra,

andavano

su brandelli di spazio

brandelli d’uomo.

Odore di morte, dolore

scoppi, bagliori,

lamenti, pidocchi,

fame, nomi,

e, indescrivibili,

i lanciafiamme;

non storia

di quote conquistate,

contrattacco e riconquista.

È il suo silenzio,

pesante,

di disperazione,

semplice,

su tutto,

per tutto;

è senso di colpa

soffocato,

pressato, dentro,

sul fondo, sotto la stanchezza,

e l’immensa angoscia di allora.

È il suo silenzio

a raccontare.

Bruna Sartori (Borgo Valsugana – Trento)

Intensa poesia, cadenzata sui ricordi dei particolari: ogni aspetto era tragico nella vita di trincea, durante la Grande Guerra. All’abbrutimento dell’uomo corrisponde ora un pesante silenzio, un “senso di colpa soffocato”. E la poetessa si lascia andare alla stanchezza e all’angoscia cui partecipa con il soldato che parla tacendo.

CAREZZA DI PACE

Manto pietoso

è il silenzio

sull’onorato suolo

della sacra cima,

lapidi immacolate

immortalano eroi

forse dimenticati.

Con un fremito

piegano, i pini,

come cornice orante,

le verdeggianti cime.

Meditano

gli sguardi spenti

mentre sussurra

dolce, il vento,

tra gli sbiaditi nomi.

Scivola una lacrima,

rugiada sui ricordi,

e brilla sui valori

e gesta antiche

come carezza di pace.

Nadia Zanini (Bovolone – Verona)

Tutta la natura partecipa, secondo la poetessa, alla sacralità della montagna dove si è svolta la guerra: il silenzio, gli alberi, il vento. Composizione meditabonda e commossa, con la quale il poeta si propone di non dimenticare, affinché le lacrime, come “carezze di pace”, non siano inutili, come le guerre.

* I testi sono tratti dalla pubblicazione,

curata da Carla Cavallaro, fondatrice del Premio:

Nona edizione del Premio Nazionale Biennale di Poesia “Poetando Insieme 2014”

– Recoaro Terme (VI), 28 giugno 2014

 

 

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