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Pubblicato da il 28 Gen 2015 in Letture | 0 Commenti

Dalla guerra regia alla guerra fascista alle guerre odierne: un racconto “alpino” (M. Mazzetto)

Dalla guerra regia alla guerra fascista alle guerre odierne: un racconto “alpino” (M. Mazzetto)

 

lunedì 19 gennaio 2015

Ho scritto un messaggio ad alcuni amici: “Mi trovo a Santa Caterina Valfurva, per alcuni giorni di vacanza-ritiro. Sto camminando in un meraviglioso paesaggio innevato. Ancora per le tre S: Silenzio, Solitudine, Spiritualità”.

In effetti, è così: solo il fischio dei camosci, in un dato momento della salita, rompe “il grande silenzio” monastico della montagna. Mentre, nelle ore centrali del giorno ormai, cinguetta qualche uccellino, nei pressi del Rifugio Ghiacciaio dei Forni, che ho raggiunto senza incontrare alcuno. Lascio lì, sulla panca liberata dalla neve, qualche briciola. Osservo le montagne, contemplo e ascolto, con tutto me stesso, il “silenzio bianco” come l’ha chiamato Franco, un amico che ha risposto ad un mio messaggio. Poi, noto, più vicino, uno strano crocifisso in legno.

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 Un tronco in legno, confitto nel terreno ricoperto di neve, si apre in alto, prima della stretta copertura spiovente, in forma sdoppiata, lasciando così un ampio spazio in mezzo. Osservo da lontano e poi mi avvicino: mi sembra del filo spinato antico. Mi sovviene che in queste zone, sotto il Cevedade e non lontani dall’Adamello, si è combattuta la famosa “guerra bianca” durante la Prima guerra mondiale. La guerra dei ghiacciai perenni (forse) e delle nevi immacolate (di certo macchiate di sangue umano). Il crocifisso che mi interessa, in realtà, ha al centro un reticolato – costituito, sì, dal filo spinato – al posto del Cristo morto. Scatto alcune foto.

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 Che coincidenza! dico fra me. Mi trovo in montagna per riposare e per raccogliermi e la Grande guerra, sulla quale sto facendo numerose letture a servizio tanto delle “Escursioni storico-pacifiste” che da cinque anni organizziamo come Punto Pace di Pax Christi Vicenza quanto di questo sito che sto curando a nome di Pax Christi Italia, me la ritrovo davanti.

Ma vi è di più, vi è un’altra, curiosa, coincidenza. Domenica prossima, in Parrocchia, faremo memoria, con il Gruppo alpini locale, della tragedia avvenuta con la “campagna di Russia” (1941-1943), in particolare ricorderemo “Nikolajewka”, ossia l’epica uscita degli alpini dalla sacca in cui l’esercito russo aveva cacciato, accerchiandoli, i nemici. In vista di ciò, ho portato con me, per le letture dell’alba e della sera, due grossi libri che da molti anni stanno desideravo leggere. Si tratta di Centomila gavette di ghiaccio, di Giulio Bedeschi, e di La guerra dei poveri, di Nuto Revelli. Insieme ad un altro “classico” come Il sergente nella neve, di Mario Rigoni Stern, costituiscono dei libri imprescindibili per conoscere ciò che avvenne in quella sciagurata spedizione militare voluta da una guerra fascista, oltre che dalla Germania nazista. Ebbene, mi accorgo in questi giorni, leggendo tali libri, che protagonisti della vicenda legata al nome della città russa di Nikolajewka, furono dei battaglioni della valle di cui la Valfurva è una epigone laterale: la Valtellina. Il Tirano, soprattutto, dove sono passato ieri, prima di arrivare qui, ma anche il Morbegno, paese che sta all’imbocco della valle, prima di Sondrio, e l’Edolo, paese della Valcamonica dove sono transitato per raggiungere, attraverso il Passo Aprìca, la Valtellina. Inoltre, in una valle montana qui vicina, la Valle dello Zebrù (dove andrò a camminare domani, fino a dove riuscirò ad arrivare, battendomi la pista), si trova il Rifugio V° Alpini, dedicato al battaglione della Divisione Tridentina che, con il Tirano, sfondò a Nikolajewka, e portò in salvo quei pochi alpini che erano ancora in vita dopo la morsa del gelo invernale e l’abbandono da parte dell’esercito italiano.

Infine, vi è una una terza coincidenza che mi fa riflettere: quella disastrosa ritirata si svolse proprio in questi giorni di gennaio in cui io io sto in riposo e ritiro (tra l’altro, avevo pensato di venire fra un mese circa, poi, per motivi di alcuni impegni, ho dovuto anticipare): il 26 gennaio – lunedì prossimo, quest’anno – ricorre il giorno in cui si fa memoria di Nikolajewka. Se io ho freddo ai piedi – come spesso mi capita, ed anche ora non riesco a scaldarmeli nonostante abbia sempre camminato – non mi dispiace fino in fondo: mi fa maggiormente pensare proprio agli alpini, a quei quei soldati che furono (e che sono) “gloriosi e ingannati” come amo definirli, ma come li ha chiamati anche Ermanno Olmi in occasione delle interviste rilasciate in occasione dell’uscita del suo ultimo film, dedicato alla Grande Guerra. “torneranno i prati”. Ingannati, nella loro generosità, dalla guerra regia, prima e dalla guerra fascista, poi. Magari, o senz’altro, aggiungo io, ingannati, e strumentalizzati, anche oggi per creare consenso “popolare”, oltre che aiuto militare e logistico, alle moderne guerre del nostro Paese e dell’Occidente (NATO e USA in primis): in Iraq, in Afganistan, e altrove. Non vi sono paragoni tra ciò che hanno patito gli alpini, a meno 40 gradi di temperatura e con gli stracci con i quali erano vestiti nella steppa russa, con ciò che possiamo patire noi, soffrendo un po’ di freddo e di fame (che mai, in realtà, abbiamo conosciuto), in qualche fuggevole occasione.

Così canta il musicista Bepi di Marzi in una sua struggente composizione:

Mormorando stremata

centomila voci stanche

di un coro che si perde fino al cielo,

avanzava in lunga fila la marcia

dei fantasmi in grigioverde.

Non è sole che illumini

gli stanchi gigli di neve

sulla terra rossa.

Gli Alpini vanno come angeli bianchi

e ad ogni passo

coprono una fossa”

(L’ultima notte da Voci Nikolajewka).

Nuto Revelli, nel libro che ho citato, narra della ritirata di Russia solo nella prima parte, per dedicare tutta la seconda, e più ampia, parte alla “guerra partigiana”, vissuta, pure da protagonista, nelle valli cuneesi e francesi, dopo l’8 settembre del 1943, la caduta del fascismo e l’inizio della resistenza antifascista e antinazista. In quella prima sezione, scrive che i battaglioni alpini della Valtellina – come pure tutta la Divisione Cuneense, il Vicenza e il Vestone (dove esercitava il servizio di sergente maggiore Mario Rigoni Stern) – furono mandati in Russia proprio perché erano formati da uomini forti, anzi fortissimi, come sono i montanari, adatti a quel tipo di guerra (senza però considerare, gravemente, che non vi erano le montagne dove erano abituati a combattere; le montagne, appunto, simili a quelle della Prima guerra mondiale) e a quel clima glaciale (peraltro impossibile da sopportare con l’attrezzatura assolutamente insufficiente di cui li aveva dotati, mandandoli al massacro preventivamente, il Governo italiano). Una fede, la loro fede di giovani imbevuti di ideali falsi non solo fu messa alla prova ma crollò miseramente. All’inizio erano partiti già scettici: “Il volto della patria mi appariva falso e gonfio di retorica: era il volto del fascismo, dei campeggi, delle adunate oceaniche, dei falsi giuramenti a dozzine, dei gerarchi imboscati, della guerra facile. Attendevo la guerra vera, i fatti, come un’esperienza necessaria e definitiva per tentare di credere ancora. Speravo di non dover dover combattere con l’animo vuoto” (Nuto Revelli, La guerra dei poveri, Einaudi, 1962, p. 16-17). Alla fine si trovarono così: “Bestemmiando, maledicendo la “naja” per non maledire la patria, cantando le canzoni più proibite – anche la Canzone del disertore cantavamo – i giorni scorrevano lenti, monotoni, tutti uguali. Al domani era meglio non pensare (…) Riprendiamo a vagare, non siamo soli, molti si aggirano, alla ricerca di un riparo. Un cappellano esce da un’isba: bestemmia perché gli hanno negato un sorso d’acqua, si sfoga con noi, poiché gli diamo retta. Ci aggiriamo ancora da un’isba all’altra, inutilmente, poi stanchi, sfiancati, decidiamo di accendere un fuoco. (…). Un cappellano grida al vento, parla a voce alta e dice: ‘Poveri alpini, che fine vi hanno fatto fare, morirete tutti, moriremo tutti’. Un alpino piemontese, poco lontano, canta, soltanto interrotto dagli scoppi dell’incendio e dalle urla di chi gela: canta una triste canzone alpina con voce calda in tanto freddo, canta con voce appassionata come canterebbe sui suoi monti, di fronte a un tramonto. (…) ‘Ricordare e raccontare’, parole d’ordine che cominciano a diventare false, perché ognuno le adopera per tirare l’acqua al proprio mulino. Maranesi ha portato il saluto personale del duce, e, quello che più conta, le mele del duce. Cialtroni! Più nessuno crede alle vostre falsità, ci fate schifo: così la pensano i superstiti dell’immensa tragedia che avete voluto. Le vostre tronfie parole vuote non sono che l’ultimo insulto ai nostri morti. Raccontatela a chi la pensa come voi: chi ha fatto la ritirata non crede più ai gradi e vi dice: ‘Mai tardi… a farvi fuori!’” (idem, p. 35, 72, 73, 114). Da ricordare che il racconto specifico di Revelli riguardante la ritirata sul fronte russo era uscito proprio con questo titolo: “Mai tardi”. Qualcuno, però, dimentica, il seguito di queste due parole. Magari appositamente. Lo scoprirò l’ultimo giorno di questa mia vacanza-ritiro, quando, sfogliando il mensile nazionale “L’alpino”, che trovo, casualmente (?), nell’hotel dove sono alloggiato, leggo un breve articolo-resoconto di una delle tante, patriottiche e retoriche, iniziative messe in campo dai generosi alpini, succubi del potere militare e politico. Ebbene, a non credere, l’articolo porta questo titolo: “Mai tardi”. Lo leggo con curiosità, e poi, al termine, mi chiedo: mai tardi a che cosa? a fare il bene (insieme a tanto male)? o, forse, a ubbidire (scattando ad ogni ordine dei “superiori”)? Così, in effetti, si comportano gli alpini pure oggi. Ma come si fa ad usare la parola di un alpino che prese le distanze dalle istituzioni militari e divenne partigiano e antifascista, per giustificare il contrario di ciò che una lezione tragica della storia dovrebbe avere insegnato a tutti, anche e soprattutto a chi ne ha sofferto maggiormente l’imbroglio?! Scuoto la testa, pensando alla pochezza degli uomini: all’essere indifesi, culturalmente e politicamente, da parte dei buoni, dei semplici, dei generosi, appunto, e alla malvagità e alla violenza dei militari e dei politici che dei primi ne approfittano. Eppure parlano e scrivono (convinti?) di pace, di amore, di solidarietà: si rintracci e si legga l’Editoriale di questo numero di gennaio 2015 di tale mensile dell’Associazione nazionale alpini: mica male, si dice, alla fine della lettura. Poi, lo si sfoglia, e si vedono gli articoli come quello cui mi sono riferito e gli altri che informano e pubblicizzano la partecipazione degli alpini alle diverse “missioni” militari (fatte passare, quasi, come missioni apostoliche) a cui il nostro Paese stesso partecipa, con la NATO e con gli altri “alleati” del blocco occidentale. Forse o senz’altro è da segnalare qualche meritevole iniziativa che gli alpini mettono in atto, in certe situazioni, a favore delle popolazioni locali. Ma il contesto e la finalità generale in cui queste iniziative si realizzano le rendono secondarie e marginali, purtroppo, rispetto al progetto politico cui soggiaciono.

Al termine della settimana dirò fra me: dalla Prima guerra mondiale alla Seconda guerra mondiale alle guerre odierne un filo di stoltezza lega la storia degli uomini.

Le montagne che hanno visto questa insipienza e questo spreco di inutile dolore, sepolto, con il corpo di molti soldati, sotto questa immacolata neve, mi parlano, invece, di nonviolenza, di rispetto, di vita.

Una bella cerva, che ho visto vicino al torrente in Valle dello Zebrù, mi indica la strada per uscire dalle sacche (a proposito della sacca del Don) del pensiero, del cuore, della vita e della storia: “Come la cerva anela ai corsi d’acqua…” (Sl 42, 2a). I commentatori dicono che si tratta di un salmo di un deportato sottoposto alle angherie dei suoi carcerieri: come non pensare ai giovani contadini o montanari deportati sulle montagne della Prima guerra mondiale e, poi, in Russia, sottoposti alle “angherie”, ideologiche e militari, di coloro che incarcerano la vita dei popoli? “Perché triste me ne vado, oppresso dal nemico?” si chiede, a un dato momento, il fedele ebreo (42,10b). Scoprire quale sia il vero nemico, e vederlo magari proprio in colui che marcia alla tua testa, come afferma una nota poesia di Bertold Brecht, può essere la via per dire anche noi oggi, con la nostra disobbedienza e la nostra nonviolenza: “Mai tardi… a farvi fuori!”.

Maurizio Mazzetto

(* le foto sono dell’autore dell’articolo)

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