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Pubblicato da il 23 Mag 2015 in Letture | 0 Commenti

Dalla Prima alla Seconda guerra mondiale: sempre “i morti vi accuseranno” (E. M. Remarque)

 

Davanti alla casa dei suoi genitori non trovò alcuna notizia e stava per incamminarsi quando udì un suono strano, come il tintinnare di un’arpa. Nella via non c’era nessuno, a vista d’occhio. Il suono si ripeté più acuto e lamentoso come se un gavitello invisibile desse un segnale sul mare di nebbia. Si ripeté ancora più basso e pareva scendesse dall’alto come se sopra i tetti ci fosse un sonatore d’arpa.

Graeber stette in ascolto e cercò di seguire i suoni, ma non riusciva a trovarne la direzione. Pareva fossero dappertutto e venissero da ogni parte forti e imperiosi, talvolta come un arpeggio o un accordo d’inconsolabile tristezza. (…).

Chi suona?” domandò. “Da dove viene questo suono?”

Il capofabbricato si avvicinò. “To’, guarda il soldato, il difensore della patria! Non è chiaro? È il requiem per i sepolti, un’invocazione di soccorso. Levateli dalla terra, smettete di uccidere!”

Quante sciocchezze!” esclamò Graeber guardando in altro. Scorse allora un cavo nero oscillante al vento come un pendolo che ad ogni ritorno mandava quel suono misterioso. Là in alto era incastrato il pianoforte senza coperchio e il cavo batteva contro le corde. “Ho capito, è il pianoforte” disse.

È il pianoforte” lo scimmiottò l’altro. “Che ne capisce lei, misero omicida? È la campana dei morti e chi la suona è il vento. Il cielo invoca pietà, quella pietà che non esiste più sulla terra. Che ne sa lei della morte, distruttore armato di fucile? Del resto è naturale: non ne sanno mai nulla, quelli che ne sono la causa. I morti sono dappertutto” mormorò. “Giacciono sotto le rovine col viso calpestato e le braccia distese, giacciono lì, ma risorgeranno e vi cacceranno…”

Graeber si ritrasse nella via. “Vi accuseranno” continuava a sussurrare il capofrabbbricato “e giudicheranno ognuno di voi….”

Graeber non lo vedeva più ma ne udiva ancora la voce rauca fra le ondate di nebbia. “Poiché ciò che avete fatto all’infimo dei miei fratelli l’avete fatto a me, dice il Signore…”.

Erich Maria Remarque, Tempo di vivere, tempo di morire, Mondadori, 1967, (or. 1954), p. 157-158

 

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