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Pubblicato da il 21 Ott 2016 in Storia | 0 Commenti

“Dalla vittoria al disastro” (M. Thompson)

 

Gli italiani avevano pagato un prezzo impressionante per il Friuli orientale. Trieste, l’Istria, il Trentino e l’Alto Adige. Le guerre del XIX secolo che erano servite a unificare la penisola, ossia le tre guerre d’indipendenza, erano costate meno di diecimila vite umane. La guerra per annettere questi ultimi territori aveva provocato la morte di 689mila soldati italiani: più del totale dei morti, dei dispersi e dei feriti austro-ungarici sul fronte italiano (che si stima siano stati 650mila) e anche della popolazione italiana già sottoposta alla dominazione asburgica che era stata “redenta” grazie alla vittoria. Un altro milione di combattenti era rimasto gravemente ferito, di cui 700mila resi invalidi. Se a questi si aggiungono i 600mila civili che si stima siano morti a causa delle avversità della guerra, la somma totale delle vittime italiane raggiungeva la cifra di ben un milione e 300mila morti, circa tre volte il numero di quelli che sarebbero periti nella Seconda guerra mondiale.

Il prezzo pagato fu anche politico. La strategia delle compensazioni perseguita da Orlando e Sonnino a Parigi assestò un colpo fatale al sistema liberale italiano, già malridotto a causa delle ripetute violazioni subite in tempo di guerra. Rinfocolando l’ambizione di vedere soddisfatte rivendicazioni inottenibili, essi avevano incoraggiato gli italiani a disprezzare laloro vitoria a meno che non avesse portato all’annessione di un piccolo porto sulla sponda opposta dellAdriatico, privo di ogni collegamento storico con la madrepatria. Fiume divenne il primo punto dolente creato dalla conferenza di Parigi. Come i Sudeti per la Germania di Hitler e la Transilvania per l’Ungheria, era il simbolo di una cocente ingiustizia. Un senso di identità minacciata e di orgoglio ferito si fusero così in un toponimo, a formare una miscela esplosiva.

La differenza era che la Germanai e lUngheria avevano perso la guerra. In Italia, unica in questo tra gli stati vincitori, la vita politica continuò a coltivare le contrapposizioni interne prebelliche e quelle del tempo di guerra. Coloro che erano stati interventisti sbraitavano contro Wilson e piangevano per la perdita di Fiume, mentre gli ex neutralisti venivano bollati come “caporettisti” e accusati di voler collaborare all’umiliazione del loro paese. Tutto questo era in sintonia con la mentalità del nazionalismo radicale che si aspettava il tradimento da parte degli Alleati arroganti e ingrati. Già il 24 ottobre, quando la battaglia di Vittorio Veneto non era ancora cominciata, DAnnunzio aveva messo in guardia dal pericolo di una “vittoria mutilata”. La sua orripilante metafora assurse a grido di guerra.

In verità, la vittoria era stata mutilata dagli stessi leader politici italiani. Venti anni più tardi, dal suo esilio volontario a New York, il giornalista Giuseppe Borghese ricordava con incredulità “Il miracolo, mai visto prima, di alchimia psicopatica” compiuto alla fine della guerra: “L’Italia, o almeno la classe intellettuale e politica alla quale un destino avverso aveva affidato l’Italia, aveva mutato una vittoria in una sconfitta. (…) La nazione, in preda al masochismo, esultava di delusione”. Questo perdurante senso di amarezza, tradimento e perdita, fu un ingrediente essenziale dell‘ascesa di Mussolini e delle sue camicie nere.

Mark Thompson, La guerra bianca. Vita e morte sul fronte italiano 1915-1918, Il Saggiatore, 2009, p. 401-402

 

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