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Pubblicato da il 11 mar 2017 in Frammenti | 0 Commenti

Dopo cento anni: ancora “sonnambuli”? (C. Cefaloni – M. Tarquinio)

 

Bombe «italiane» nella guerra in Yemen: un importante invito-sfida alla politica

Avvenire” 9.3.2017

Caro direttore,

nel pieno della vicenda legata al suicidio assistito di Dj Fabo lei ha giustamente fatto riferimento a un principio cardine del nostro legame sociale che si condensa anche nel ripudio della guerra espresso nell’articolo 11 della Costituzione. Giustamente il quotidiano da lei diretto cerca di proporre una visione della dignità della vita umana intesa integralmente citando, ad esempio, anche la propensione all’accoglienza verso i migranti che ancora alberga in buona parte del popolo italiano. Proprio per questo motivo credo che “Avvenire” sia il luogo dove porre una domanda aperta ai parlamentari di ogni orientamento, ma con ovvia attesa verso quelli che si richiamano a una ispirazione cristiana, circa la violazione della legge 185/90 sulla produzione e sul commercio di armi a partire dal caso eclatante dell’invio di bombe in Arabia Saudita, Paese alla guida di una coalizione coinvolta nei bombardamenti sullo Yemen. Le risposte finora avanzate dagli esponenti del governo sono imbarazzanti quando si fanno scudo della mancanza di un veto dell’Onu. Come se la legge 185/90 e la stessa Costituzione non esistessero. A partire da questo dato di fatto, il Movimento dei Focolari in Italia propone la mattina del 14 marzo nelle aule dei gruppi parlamentari a Roma, un dialogo aperto tra deputati, senatori ed esponenti della società civile, da Amnesty international a Pax Christi passando per Banca etica e Rete disarmo. Non si tratta di fare discorsi generici sulla pace. Francesco il 4 febbraio 2017 ci ha invitato laicamente a leggere la parabola del samaritano non limitandoci solo a soccorrere il ferito che resta sulla strada ma ad «agire soprattutto prima che l’uomo si imbatta nei briganti, combattendo le strutture di peccato che producono briganti e vittime». Possibile che tante persone di coscienza che pure siedono in Parlamento possano restare indifferenti all’invio di bombe verso i Paesi in guerra? Non dare risposte vuol dire lasciare interi territori davanti al ricatto tra lavoro e concorso alla guerra. Senza una vera riconversione economica rischiamo solo di fare del facile moralismo che scarica il peso della responsabilità politica sulle spalle degli operai di una regione, come nel caso della Sardegna, investita duramente dalla crisi economica.

Sono domande fuori luogo oggi nel 2017 a cento anni dal grido sull’inutile strage della Grande Guerra? Siamo, società e politici, come i sonnambuli, descritti dallo storico Cristopher Clarke, che in quegli anni si avviavano al mattatoio che qualcuno ancora descrive come il luogo di nascita dell’unità nazionale? Possiamo scrivere invece una storia diversa. Nel 2014 al sacrario di Redipuglia, papa Francesco ha affermato che «anche oggi, dietro le quinte, ci sono interessi, piani geopolitici, avidità di denaro e di potere, c’è l’industria delle armi», coloro cioè che hanno impresso nel cuore il motto di Caino: «A me che importa?». Proporre un percorso di pace a partire dalla necessità di disarmare l’economia vuol dire coltivare un giudizio realista ma non pessimista sull’essere umano che è invece capace di bene e di gratuità e quindi di andare oltre varie obbedienze per rispondere – citando don Lorenzo Milani a 50 anni dalla scomparsa – «a me importa», «me ne prendo cura».

Carlo Cefaloni

Accolgo e rilancio volentieri questa lettera-appello. E mi auguro, caro amico, che da parlamentari e uomini e donne di governo venga un’attenzione niente affatto di maniera e una risposta adeguata, cioè non reticente, cioè limpida, cioè non formalistica. E questo perché è molto importante la conferma o meno del fatto che l’Italia, fedele a un saldo principio costituzionale e a precise norme di legge, non intende contribuire ad alimentare gli arsenali di Stati che stanno conducendo guerre. La questione sta molto a cuore anche a noi, e non solo perché è proprio sulle pagine di “Avvenire” che lo spinoso dossier delle «bombe italiane» (cioè assemblate in Italia, in Sardegna, da un’azienda tedesca) che sono state esportate nel Vicino Oriente, dirette in Arabia Saudita e utilizzate nella guerra in Yemen è stato aperto, tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre del 2015, con una piccola serie di articoli scritti sulla base di notizie accuratamente verificate da Nello Scavo. Altri hanno poi aperto occhi e taccuini e questa notizia, con tutte le sue ombre e gli interrogativi che suscita, è arrivata anche sugli schermi televisivi. Un anno dopo, cioè a ottobre 2016, la Procura di Brescia ha poi deciso di aprire ufficialmente un’inchiesta sulla possibile violazione della legge che vieta l’esportazione di armi verso Paesi in guerra, ovvero per gli stessi motivi che portano il Movimento dei Focolari a organizzare per martedì prossimo alla Camera dei deputati il «dialogo aperto» tra società civile e mondo politico-istituzionale che lei annuncia. Grazie per questa iniziativa. Posso garantire che noi continueremo a fare il nostro lavoro d’informazione e sensibilizzazione.

Marco Tarquinio, Direttore di “Avvenire”

 

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