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Pubblicato da il 5 Set 2014 in Obiettori | 0 Commenti

Alcune sentenze dai processi della Prima guerra mondiale (Forcella – Monticone)

 

 

G.E. (Perugia), anni 30, muratore, condannato a 17 mesi di reclusione per lettera ingiuriosa e diffusione di notizie allarmanti

… E traeva da ciò occasione per esplicitare i suoi sentimenti antipatriottici, scrivendo in un punto: ‘ma io ho detto che non voglio morire… per la Patria, li vo in culo a loro e a denari. … queste sono tutte buffonate; che noi soldati vogliamo la pace e socedendo qualche cosa li miei si danno tutti prigionieri perché sono o siamo stanchi di questa guerra’. Più oltre, conservando il suo tono acre, il G. E. scriveva ancora: ‘vogliono ancora proseguire la guerra la quale di qui si pate fame e ci danno da mangiare sempre riso che non lo mangiano nemmeno i maiali, e vogliono proseguire la guerra’”.

T. G. (Como), 37 anni, muratore, condannato a tre mesi di carcere militare per lettera denigratoria.

Il giorno 31 luglio 1918 il caporale T. G. spediva dalla zona di guerra una lettera alla propria moglie, in cui fra l’altro scriveva:

‘… Oramai noi (soldati) siamo come quelle bestie e più che bestie siamo cacciati si va al macello senza che tu te ne accorgi. Però cara mia moglie non farti paura che io non ho paura di morire… e nemmeno vorrei morire per i capricci dei vigliacchi di questo mondo… Al vedere tante carni per terra, figli e padri di famiglia che dopo tutto bensì li chiamiamo nemici, ma in Dio siamo tutti veri fratelli…. se la facessero finita sarebbe meglio per tutti, che oramai è una schifosità e miseria in tutto il mondo. Questi sono i frutti portati dalla guerra e la civiltà che volevamo portare facendo la guerra’”.

V. A. (Avellino), 26 anni, scultore, condannato a 6 anni per lettera deprimente lo spirito pubblico

Il 27 giugno 1918 il sergente V. A. spediva dalla zona di guerra e all’indirizzo della signorina G. V., sarta, una lettera scritta con inchiostro simpatico ed intercettata dalla censura nella quale così si esprimeva: ‘Qui la guerra va molto a lungo e non si può sopportare. È un macello completo del mio plotone… sono rimasti 5 di 42… non so che santo mi ha salvato in questi giorni… Ho capito che qui si tratta di far macellare la povera gente e per questo si fa la guerra… chi l’ha capito si è già dato da fare e chi ha voluto la guerra resta a casa sua, oppure imboscato, i poveri stupidi si trovano qui a combattere…’”.

D.B.G. (Catanzaro), anni 23, falegname, e T.N. (Frosinone), condannati a tre anni per scambi col nemico

La sera del 3 marzo 1918, il sergente D.B.G. ed il caporalmaggiore T.N. (entrambi ora soldati perché retrocessi) venuti al piccolo posto n.2, in località denominata Bora Cittadina, per prendere visione dei luoghi, essendo destinati a dare il cambio sulla posizione alle truppe che la guarnivano, visto alcuni soldati austriaci allo scoperto (poiché viene ordine di non far fuoco, di giorno sull’avversario) rivolsero ad essi un cenno di saluto e lanciarono quindi loro alcuni pezzi di pane. In cambio i nemici gettarono nel piccolo posto un pacchetto di tabacco assicurato ad un sasso. Il pacchetto raccolto dal caporalmaggiore venne diviso, poscia, con sergente…”.

C.A. (Avellino), 26 anni, condannato a 8 mesi di carcere militare per lettera denigratoria

L’aspirante ufficiale C.A., dalla zona di guerra, in data 11 settembre 1917 scriveva e spediva alla signorina M.D.M. una lettera, riconosciuta per sua dall’accusato, nella quale, tra le altre frasi, era scritto: ‘Visi strani mi guardano, animi maligni, cattivi, perversi, restii al bene, mi circondano…. Un giorno dovranno piangere lacrime di sangue per tutto quello che hanno fatto soffrire a me. La mano divina si farà sentire grave sul colpevole, sull’infame, sull’ingiusto. Maledetta la guerra, maledetto chi la pensò, maledetto chi pel primo la gridò. Sono stanco di questa schiavitù militare, di questa obbedienza umiliante e misera, stomacato dagli abusi che si commettono sotto l’ipocrita spoglia della disciplina”.

C. E. (Alessandria) , C.S. (Ravenna), condannati per rivolta

La sera del 21 aprile 1917, nel cortile della caserma Francesco Palazzi in Fano, verso le 19, erano pronti 410 militari schierati in armi per partire quali complementi a vari reggimenti mobilitati…e si aspettava il comandante di deposito del 94° fanteria, tenente colonnello B.M. il quale avrebbe dovuto portare il saluto ai partenti, ….cominciarono ad elevarsi grida di ‘Non vogliamo partire, abbasso la guerra, vogliamo la pace’, ecc. Ben presto quasi un solo coro si formava di tutti partenti. Intervennero gli ufficiali intimando il silenzio e la calma. Alla stazione, un soldato continuava ad emettere grida ‘Abbasso la guerra vogliamo la pace’, ad onta che il generale M. gli avesse imposto di tacere”.

Gruppo di 7 soldati della provincia di Belluno, condannati

Gli accusati la sera del 21 gennaio 1917 si recavano nei pressi dell’accampamento di Bassanese, dove trovavasi a riposo il 2° battaglione del 136° fanteria, ed ivi intonavano ad alta voce una canzone che aveva per ritornello: “prendi il fucile e gettalo a terra, vogliamo la pace e non più la guerra”.

estratti dal libro di Forcella Enzo – Monticone Alberto, Plotone di esecuzione. I processi della prima guerra mondiale, Laterza, Roma/Bari, 1998 (vedi: Francesco Pugliese, Abbasso la guerra. Persone e movimenti per la pace dall’800 a oggi, Grafiche Futura – Helios, 2013, p. 45)

 

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