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Pubblicato da il 3 Gen 2017 in Storia | 0 Commenti

Fango e merda: la vita bestiale (M. Passarin)

Fango e merda: la vita bestiale (M. Passarin)

 

Il fango impasta uomini e cose assieme, nel camminamento gli uomini devono rimanere accovacciati nel fango per non offrire bersaglio: i bordi ineguali del riparo radono appena le teste: non ci si può muovere; questa fossa in cui siamo è ingombra di corpi pigiati, di gambe ritratte, di fucili, di cassette di munizioni che si affastellano, di immondizie dilaganti: tutto è immerso nel fango tenace come un vischio rosso”.

Nessuno conflitto è stato così tanto connesso alla fisicità della terra, come la Grande Guerra. In luoghi e situazioni dove la confidenza con la morte rendeva cinici e indifferenti, cadaveri mescolati nel fango diventavano quasi elementi strutturali di quelle trincee dove, nella triste estetica della guerra, i morti e i vivi finivano per convivere in una sorta di bolgia dantesca.

Di quei fagotti informi si notavano solo le scarpe, chiodate, enormi, ammonitrici…”.

L’ambiente delle trincee appariva allucinante. Come discariche di rifiuti, i camminamenti raccoglievano materiali e liquami informi. Confusione, promiscuità e lordura sono descritte, con sorprendente frequenza, come connotati tipici dell’ambiente delle trincee.

Spesso nei campi di battaglia, per favorire l’orientamento nel dedalo costituito dalle difese della prima linea, ciascuna trincea portava un nome. Talvolta il nome era funzionale (ridottino, triangolare, cappello del carabiniere), talvolta legato alle caratteristiche del terreno (trincea della roccia, dell’albero isolato, delle frasche), talvolta sinistramente allusivo (trincea dei razzi, trincea dei morti, trincea mozzafiato, dell’ossa da morto, trincea dei mucchietti, selletta del groviglio, cocuzzolo dei morti, costone delle bombarde, caldaia delle streghe).

La terra di nessuno, posta tra le due linee difensive, in realtà non era che la terra dei morti e dei moribondi.

Voi non potete parlare… non dovete. Voi non avete visto il sangue, la merda e il fango… Andate a vedere il sangue, la merda e il fango e poi parlerete se ne avete ancora voglia”.

L’immagine che vede nella guerra la riemersione di antichi istinti animali deve fare i conti con l’esperienza reale della trincea, nella quale gli uomini si sentono e si descrivono come talpe, come topi, come scarafaggi, come cani e come maiali.

Deve fare i conti con la spaventosa mescolanza tra corpo e materia, con la contaminazione di materiale biologico (escrementizio, ematico, cerebrale) e la terra e il fango.

(…)

Le trincee sono state dunque assimilate dalla diaristica di guerra a degli immondezzai rigurgitanti di rifiuti, escrementi, liquami dove un “sudiciume apocalittico” pervadeva e infestava con pari accanimento brande, vestiti e corpi dei soldati.

Il fango delle Fiandre si accumulava nei raggrumati, bombardati, moderatamente rappresi depositi di merda umana, ammucchiato e coperto di tavole: trincee… miglia e miglia di merda butterate dalle pallottole in ogni direzione…”.

Mauro Passarin, Fango, in Catalogo della Mostra tenutasi a Vicenza, Palazzo Chiericati (8.10.2016 – 26.2.2017), a cura di Mauro Passarin, “Ferro, fuoco e sangue! Vivere la grande guerra”, Silvana Editoriale, 2016, p. 116-117

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