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Pubblicato da il 17 mar 2018 in Storia | 0 Commenti

Fare guerra per unirsi (V. Foa)

 

E i combattenti? È molto difficile definire in termini generali il loro atteggiamento rispetto alla guerra. È probabile che una distinzione dell’orientamento per categorie sociali, magari anche per categorie politiche risponda a verità: interventisti, neutralisti, cattolici, socialisti, nazionalisti avevano posizioni differenziate ma c’era qualcosa tra loro che passava in modo trasversale rispetto a tutto: e cioè dei momenti di esaltazione, se vogliamo anche di consolazione patriottica. Il patriottismo, che la propaganda cercava di diffondere in tutti i modi, aveva un carattere pervasivo e consolatorio. L’ho vissuto nella mia infanzia. “Io devo soffrire ma c’è una ragione: vinceremo”. C’era anche la rassegnazione, perfino disperazione, che però non trovava espressione collettiva al fronte: essa sarebbe poi emersa in circostanze diverse, quando c’è stata la cristi di Caporetto, e poi dopo la guerra.

Nelle stesse persone agivano continuamente impulsi contrastanti, un intreccio di rassegnazione e di speranza. La speranza, quando c’era, era nella fine della guerra, nella pace, era il pensiero di ciò che sarebbe venuto dopo, nella famiglia, nel paese, era il pensiero di ciò che poteva animare la vita; oppure si sentiva che tutto sarebbe continuato come prima, che non c’era niente da fare. C’è poi un altro elemento, che molti studiosi mettono in luce, in particolare Anna Bravo. Un elemento positivo rispetto alla guerra dato dal sentimento di solidarietà, dal bisogno di essere come gli altri, di condividerne il destino. Se gli altri soffrono, io soffro con loro, io mi metto con loro: un’idea di comunità, o di omogeneità di destino, per cui io non abbandono il mio camerata, il mio vicino. Sono con lui. Questa solidarietà tra chi soffre è una componente decisiva dell’accettazione della guerra come, più in generale, dell’accettazione di un potere dispotico. Andrea Graziosi, giovane amico e storico di sicuro futuro, mi ha fatto osservare che in quella solidarietà c’era forse anche una potenziale comunità guerriera maschile aggressiva verso l’esterno. Anche questa fu un’anticipazione del tempo fascista.

Vittorio Foa, Questo novecento, Einaudi, 1996, p. 64-65

 

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