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Pubblicato da il 27 Set 2018 in Obiettori | 0 Commenti

Fratelli, non solo a Natale (A. Baù)

Fratelli, non solo a Natale (A. Baù)

“Che il Signore fermi la guerra”: preghiera sul Capitello di Maria, al Passo di Campogrosso – VI/TN (foto di Andrea Lariccia)

La spaventosa Prima guerra mondiale vissuta in Altopiano che dopo “L’inutile massacro” di 25.000 alpini sull’Ortigara, è vissuta per tutto l’inverno 1917/18 proprio qui nelle trincee del Col d’Ecchele, Col del Rosso e Valbella con oltre due metri di neve e un freddo ben al di sotto dei -15°. Qui era l’ultimo baluardo che frenò, con le 2 battaglie dei “Tre monti”, la famosa “spedizione punitiva” che avrebbe dovuto aprire all’esercito austro-ungarico l’accesso alla pianura veneta.

Durante questi mesi decine di migliaia di soldati convivevano lo stesso ambiente e vissero delle storie, delle esperienze che riesumano l’umanità vissuta senza odio, solo per dovere.

Ne fa testo anche l’incredibile fatto successo la notte di Natale 1917, raccontato da un soldato graduato italiano che si trova di pattuglia sulle pendici del Col del Rosso:

È nato! – Eh, fece uno di noi senza afferrare l’allusione. – Dev’essere mezzanotte passata. La Notte, perbacco di Natale! Al mio paese mia madre e mia moglie sono già in chiesa… Un altro mio compagno osservò: Guardate là c’è una grotta. Andiamo dentro un momento. Saremmo riparati dal vento. Entrammo nella grotta e il nostro compagno più giovane (un ragazzo ancora) si tolse l’elmetto, si sfilò il passamontagna e si inginocchiò in un cantuccio. Il caporale rimase sull’entrata e voltò le spalle all’interno con fare superiore: ma era perché aveva gli occhi pieni di lacrime. Fu allora che togliendomi i guanti di ruvida lana raccolsi un po’ di terra umida sull’imboccatura della grotta e, manipolandola qualche minuto, le diedi la forma approssimativa di un bambinello da presepio. Poi stesi il fazzoletto nell’elmetto del mio compagno e vi posi il Bambinello Gesù. Si scorgeva appena nella fioca luce delle stelle riflessa dalla neve.

Il caporale allora trascurando ogni prudenza tolse di tasca una candela che usava nel rifugio della trincea. L’accese e la pose vicino alla culla più insolita in cui l’Uomo potesse essere posto. Io sottovoce presi a recitare: – Padre nostro che sei nei cieli… Gli altri pregavano con me; col pianto in gola e il cuore grosso da far male.

Il nostro raccoglimento durò ancora dopo la preghiera. Per quanto tempo? Chissà! Col cuore e con la mente eravamo molto lontani dal fronte… E quando alle nostra spalle, risuonò improvvisamente una voce che disse: – Frohliche Wehinachten! – (Buon Natale!) sussultammo come bambini spaventati. La realtà ci aveva colti alla sprovvista. Una pattuglia nemica era là all’imboccatura della grotta, con le armi puntate contro di noi; e mentre stavamo in piedi pur sapendo che non avremmo più fatto in tempo ad opporre la minima resistenza la stessa voce ripeté, quasi con dolcezza: Frohliche Wehinachten! – (Buon Natale!).

I nostri nemici abbassarono i loro fucili, guardarono la piccola culla, con occhi affascinati. Erano tre; erano giovani come noi e avevano tanto bisogno di un presepio, anche povero come il nostro. Ci guardammo confusi ed increduli. I tre austriaci che ci avevano augurato “Buon Natale” nella loro lingua, si fecero il segno della croce e poi, in sordina, cominciarono a cantare ‘Stille Nacht’, la bella melodia natalizia che noi conoscevamo. Poco a poco ma sempre con maggior entusiasmo, ci unimmo al coro di questi nostri avversari che sentivamo intensamente fratelli; in due lingue diverse, su un terreno che già nei giorni precedenti era stato teatro di durissime lotte, che forse anche all’indomani ci saremmo contesi sanguinosamente, levammo un canto a Colui che era nato fra gli uomini perché potessero conoscere la pace e l’amore.

Quando si spense l’ultima nota del nostro coro, il nostro caporale si avvicinò a quello degli austriaci che sembrava il più anziano e augurando “Buon Natale” gli tese la mano che l’altro strinse con impacciata commozione. Anche noi stringemmo la mano agli altri componenti della pattuglia; poi uno dei tre tedeschi infilò la mano dentro il pastrano e ne trasse una babbuccia da neonato. Doveva esser del suo bambino, se la teneva nel cuore; dopo averla baciata la depose accanto al Bambino Celeste rimanendo un attimo in preghiera.

Poi si voltò di scatto e seguito dai compagni, si allontanò voltandoci le spalle senza timore, scomparendo nella notte di quel gelido Natale di guerra.”

Amerigo Baù, Tre storie lunghe cento anni, in “Asiago ieri, oggi, domani…”, n. 141-142, novembre-dicembre 2017

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