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Pubblicato da il 16 Mar 2016 in Storia | 0 Commenti

Fucilazioni arbitrarie: “stringiamoci a corte” (Wu Ming I)

Fucilazioni arbitrarie: “stringiamoci a corte” (Wu Ming I)

 

Ecco una circolare del generale Andrea Graziani, forse il più dispotico e sadico degli alti ufficiali sul fronte italiano:

Presso il 1° battaglione 75° fanteria nella sera del 30 ottobre si sono verificati casi gravissimi di indisciplina trascesi perfino a lancio sassi contro Comandante reggimento (generale Giorgio Cigliana). Comando IX Corpo Armata con azione pronta ed energica di cui gli dò ampia ed incondizionata lode, ordinava che due soldati, estratti a sorte tra quelli maggiormente indiziati come colpevoli, fossero passati per le armi. Fucilazione avvenne 31 pomeriggio (…) Rimane il dovere e il diritto dei Comandanti di estrarre a sorte tra gli indiziati alcuni militari e punirli con la pena di morte.

Questo generale Graziani non va confuso col più celebre Rodolfo, all’epoca soltanto colonnello. Anch’egli si sarebbe dimostrato dispotico e sadico, ma nel corso di vicende successive.

Sento, portato dal vento, il rintocco del così-facean-tutti, ma è falso. Giustizia sommaria e fucilazioni pour l’exemple si videro anche negli altri eserciti, ma quello italiano fu l’unico a ricorrere sistematicamente alla decimazione, pratica ripescata dal vasto repertorio dell’antica Roma, sempre scomodabile per ogni supercazzola e nefandezza, stringiamoci a corte ecc. Cadorna, che allo specchio si vedeva come un Cesare, amava i riferimenti classici. Tuttavia, la sua interpretazione non era filologicamente corretta: la decimazione romana, come da nome, consisteva nell’uccidere un soldato ogni dieci. Nell’esercito italiano si andava più alla carlona, secondo l’estro del momento.

Indiziato”, è scritto nelle direttive, ma cosa significava in quel contesto? Semplicemente, appartenenti a un reparto ritenuto colpevole di “insubordinazione”. Per essere insubordinati bastava poco: in certi casi, si fucilarono uomini estratti a sorte perché nella loro compagnia si era protestato – senza alcuna conseguenza pratica – per l’annullamento di licenze già annunciate.

Alcune decimazioni sono famigerate: quella della Brigata Ravenna a Savogna d’Isonzo (marzo 1917) e quella seguita alla rivolta della Brigata Catanzaro a Santa Maria la Longa (luglio 1917).

In quest’ultima circostanza, pare che alcuni rivoltosi avessero cercato D’Annunzio, ospite in una villa del paese, per farlo fuori. Chi odiava quella guerra con tutte le forze che gli rimanevano non poteva non odiarne il più zelante cantore.

D’Annunzio presenziò all’esecuzione con jouissance. Sul suo taccuino prese appunti ubriachi di sangue: “… divinavo i cranii sfragellati di sotto a certe frasche più vili che l’insegna dei tavernai…”.

Wu Ming I, Cent’anni a Nordest, Rizzoli, 2015, p. 168-170

 

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