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Pubblicato da il 3 feb 2018 in Storia | 0 Commenti

Gli Alpini: “uomini nuovi” (M. Armiero)

Gli Alpini: “uomini nuovi” (M. Armiero)

 

La nazionalizzazione della montagna nel primo dopoguerra, insomma, produsse al tempo stesso una Natura nuova e un Uomo nuovo (parlo di genere maschile perché si tratta inevitabilmente di una retorica virile), e l’una e l’altra compendiavano le virtù di una nazione rigenerata dalla guerra. Le mitologie sui militari italiani di montagna, cioè sugli Alpini, ebbero un ruolo fondamentale in questa reinvenzione del paesaggio. Tanto per cominciare, trasformarono la percezione dei montanari rispetto al loro opposto, gli abitanti delle città. L’immagine del montanaro sciocco e credulone alla mercé degli astuti cittadini venne rimpiazzata da un’immagine positiva che lo trasformava nel simbolo della sana semplicità dell’ambiente alpestre. Mentre la vita malsana e complicata dei ceti urbani produceva individui nevrotici e recalcitranti, la semplicità della vita montana appariva ora come elemento virtuoso, risorsa indispensabile in circostanze nelle quali tutto dipendeva dall’obbedienza assoluta.

In breve, la docile rassegnazione dei montanari alle difficili condizioni ecologiche imposte dalla vita nelle Alpi si rifletteva in un’accettazione rassegnata e tendenzialmente conservatrice delle gerarchie e dei rapporti di potere. Piero Jahier, con la sua prosa imbevuta di pathos religioso, divenne il campione di quella retorica. L’atteggiamento della gente dio città, che vuole sempre cambiare le cose, si contrapponeva frontalmente all’adattabilità dei montanari, che si piegavano volenti o nolenti alla loro condizione:

Perché (i montanari) sono tanto disciplinati. Perché loro padrone è la montagna che è autorità assoluta (….) Nella città tu fai sciopero per migliorare. Ma la montagna è lei che ti migliora, se vuole (…) Perché sono così rassegnati. Perché considerano i mali della società con i mali della natura (…) Tu non ti ribellerai perché le rupi cancellano in un attimo il campetto tendato; perché quando arrivi colla slitta la slavina ha rapinato la tua provvista invernale di fascine. A te tocca conservare e riparare” (Piero Jahier).

Secondo una certa retorica di guerra le montagne avevano temprato il carattere dei montanari; nell’esperienza concreta della guerra quella perfetta simbiosi tra essere umano e natura era venuta allo scoperto, era passata al servizio della nazione. Gli Alpini, i protagonisti indiscussi della mitologia marziale italiana, traevano le loro qualità proprio dal terreno su cui ci trovavano a combattere.

(…).

Nella loro trasfigurazione nazionalistica le variegate attività dei montanari non si presentavano più come una strategia economica volta a ottimizzare le risorse naturali e l’organizzazione del lavoro, ma diventavano una metafora della frugalità rurale, contrapposta al consumismo urbano. La povertà dei montanari si trasformava in virtù, come era già accaduto per la loro capacità di adattamento a circostanze di vita ecologicamente ostili, il livello del potere e delle strutture sociali finiva per scomparire completamente, e la disuguaglianza in tutte le sue forme veniva naturalizzata soprattutto nel dopoguerra, nelle retorica del regime fascista. Socialmente puri ed ecologicamente isolati, i montanari avevano finito per incarnare le virtù della razza italiana, contrapponendosi alla perniciosa promiscuità dei centri urbani.

Marco Armiero, Le montagne della patria. Natura e nazione nella storia d’Italia. Secoli XIX e XX, Einaudi, 2013, p. 102-104

 

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