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Pubblicato da il 2 Nov 2014 in Storia | 0 Commenti

Gli effetti determinanti della Prima guerra mondiale (R. Bodei)

 

La figura del nuovo meneur des foules – Duce, Fuhrer, Caudillo o Conducator, termini tutti che ricalcano quest’espressione francese – e, più in generale, i “totalitarismi” risultano però incomprensibili se isolati dall’esperienza della Grande Guerra, quale spartiacque tra le folle momentanee e fluttuanti, descritte da Le Bon (o tenute insieme, in Sorel, dal solo “spirito di scissione”) e le masse organizzate e disciplinate dall’esperienza bellica. Questo conflitto imprime un’improvvisa accelerazione ai progetti, già impostati, di esorcizzare l’inconsistenza della psiche individuale per ridurre la fragilità delle compagini sociali e assicurare alle élite la continuità del potere proprio nell’età delle masse. (…).

L’esercito, comunità di tutti possibili morituri, lo accoglie entro un immenso collettivo, una numerosa famiglia autoritaria e anonima, che tempra la sua individualità attraverso ordini e divieti proprio mentre ne dissolve l’autonomia: “Ciascun individuo assisteva a un ampliamento del proprio io, non era cioè più una persona isolata, ma si sapeva inserito in una massa, faceva parte del popolo, la sua persona trascurabile aveva acquisito una ragione d’essere” (S. Zweig, Il mondo di ieri). (…).

Le virtù della vita militare vengono così velocemente trapiantate nella vita civile: disciplina, abnegazione, esecuzione pronta e automatica degli ordini, disponibilità al sacrificio di sé. Con il sangue di milioni di caduti – e con le migliaia di monumenti loro dedicati – si rinsalda il legame simbolico tra la terre e les morts, già teorizzato da Barrès in termini mitici (e da lui ripreso nella leggenda dei morti che risorgono per combattere a fianco dei loro commilitoni Debout, les morts!) o dai poeti che hanno cantato lo struggente, spettrale ritorno dei caduti alle loro case. Per nazioni sconfitte, come la Germania – o convinte, come l’Italia, di aver ottenuto una “vittoria mutilata” -, il sangue versato esige come pegno di futuro risarcimento, altro sangue. (…).

Il passato viene ora utilizzato, per affrettare spietatamente la costruzione delle nuove macchine totalitarie, che si servono, simultaneamente, del recupero della tradizione e del culto della modernità, del mito e della ragione, dell’odio per il nemico e della solidarietà per il Noi, della civiltà industriale e del mondo contadino, del martello e della falce, dell’alta tecnologia e delle idee antiquate. Le rivoluzioni che accompagnano o seguono immediatamente il Primo conflitto mondiale aggiungono così alla crudeltà di tutte le guerre civili l’odio che deriva dalle ideologie. (…).

È come se l’intera società (uomini donne, bambini, anziani) sia stata improvvisamente arruolata nell’esercito e sottoposta a una stretta disciplina, ricompensata dal miraggio di radiosi destini, dalla promessa di un ritorno dell’anima individuale a una durevole compattezza e dalla prospettiva di un inserimento armonico dell’Io in un Noi che lo sostiene, lo rafforza e lo esalta. In quanto espressione di un massa organizzata, il singolo vale ora, non per se stesso, ma per le sue virtù gregarie (onore, fedeltà, spirito di sacrificio). Simmetricamente, ordine, gerarchia e disciplina vengono spacciati come sollievo per uomini stanchi di una libertà da cui non hanno tratto vantaggi, disgustati dagli abusi compiuti in suo nome e intimamente attratti dal desiderio di perderla. (…).

Oltrepassando la dimensione religiosa e assumendo il carattere d’idolatria di un uomo, il credere diventa la precondizione dell’obbedire e del combattere, l’elemento essenziale – e non semplicemente decorativo – del dominio totalitario, che in Italia si rifà esplicitamente alla tradizione gerarchica instaurata dal cattolicesimo. (…).

Remo Bodei, Destini personali. L’età della colonizzazione delle coscienze, Feltrinelli, 2002, p. 223-240

 

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