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Pubblicato da il 31 mar 2016 in Bibliografia | 0 Commenti

Grande guerra: la retorica degli intellettuali per ordire l’inganno (F. Cardini)

Grande guerra: la retorica degli intellettuali per ordire l’inganno (F. Cardini)

 

Cerco da cinque giorni il mio battaglione. L’ho lasciato a Serpenizza a riposo. So che è rimasto dieci giorni a Pinzano sul Tagliamento. Poi è partito per la Carnia, ma per destinazione ignota. Giro da cinque giorni in lungo e in largo, la Carnia, a piedi e in ferrovia… Un po’ di sole. La strada s’inoltra fra abetaie foltissime e odoranti. C’è nell’aria il tepore della primavera”. Scriveva così nel 1916, esattamente un secolo fa, il bersagliere Mussolini Benito che di lì a luglio avrebbe compiuto trentatré anni e che da circa un anno e mezzo era stato espulso dal Partito Socialista e aveva fondato Il Popolo d’Italia. Lì, sulle colonne del suo giornale, sarebbe stato pubblicato in varie puntate il suo Diario di guerra che ora vede di nuovo la luce grazie all’editore bolognese Il Mulino e alle cure di Mario Isnenghi, che lo accompagna con una lucida, sostanziosa, ariosa Introduzione. Isnenghi aveva avuto ragione, già anni fa, a sottolineare con coraggio come per molto tempo “l’impronunziabilità” del nome dell’Autore di quello scritto avesse impedito di coglierne “rilevanza” e “originalità”. E sono pagine fresche, umane, talora animate da qualche tratto quasi “futurista”, tipo: «Crepitio di proiettili. Schianto di rami. Turbine di schegge», talaltra sorrette da un interesse quasi antropologico per il mondo e la gente così estranea che lo circonda, un’umile Italia davvero ignota a se stessa.

Il caso di Mussolini è solo una, sia pure tra le più rilevanti, delle molte testimonianze relative a quel lungo centenario della “Grande Guerra” che abbiamo cominciato a ricordare (non certo a celebrare) nel 2014 e che ci accompagnerà, con chissà quanti libri e altre cose, fino al 2019: quando sarà un triste, doveroso cammino ripensare anche al centenario di quei patti “di pace” di Versailles che con le loro ingiustizie e i loro orrori furono alla radice di tutte le sciagura che ci sono arrivate addosso negli ultimi cento anni, dalla seconda guerra mondiale (una prosecuzione della prima) fino alla crisi vicino-orientale che tanto oggi ci preoccupa.

Le rivisitazioni possono essere una moda: ma la riflessione critica dà sempre i suoi frutti, ed è ovviamente e per forza di cose revisione salutare, al di là di qualunque fantasma “revisionistico”. Chi sfogli il bel catalogo La Grande Guerra e la memoria edito dal Museo della battaglia di Vittorio Veneto (a cura di “Sintesi e Cultura”) si trova dinanzi non solo a soldati e a battaglie, ma a un sorprendente spaccato della vita quotidiana della guerra, anzi della “guerra quotidiana”: la paura, il dolore, la fame, ma anche la vita di tutti i giorni, gli uomini e le donne e le cose.

Certo, la guerra fu un banco di prova per molte coscienze: e gli intellettuali – fosse, in Italia, “interventista” o “neutralista” la loro originaria posizione – furono trasformati profondamente dal conflitto, che difatti, al suo indomani, scompigliò le carte e infranse antiche alleanze per ricomporre un quadro politico nuovo, per molti aspetti inatteso e inimmaginabile. Chi legga per esempio i documenti politici e sociali della “repubblica” dannunziana di Fiume, come la Carta del Carnaro, si trova dinanzi a uomini e a idee allora uniti, ma che di lì a poco si sarebbero drammaticamente affrontati, gli uni affascinati dalla sirena bolscevica e gli altri attratti dal miraggio fascista. Gli estremi opposti, diremmo noi. Ma gli estremi si toccano: e poi, non è che fosse poi così vero ch’erano opposti…

Ma è proprio in questo campo, quello degli scrittori “di guerra” e degli scrittori tout court, che si sono prodotti negli ultimissimi tempi alcuni libri davvero interessanti, che ruotano tutti attorno ai due poli del sacrificio e del fallimento. Sacrificio di uomini e di mezzi, di vite e di ricchezze: sacrificio inutile, assurdo, che si sarebbe potuto abbastanza facilmente evitare e che invece divenne esso stesso materia di propaganda, quasi bilancio preventivo e giustificazione aberrante del massacro specie dei giovani. Qui, l’”infanticidio differito” si trasforma in una sorta di elaborazione del lutto prima del lutto stesso.

La materia è squisitamente antropologica e Alessandro Mariotti, in Il mito del sacrificio rigenerante (Roma, Editori Riuniti), studia appunto la retorica del «bel morire in guerra», del dulce et decorum est pro patria mori, come fondamento sacrale di una rigenerazione politica che si attende dal dopoguerra. In questo senso, particolarmente interessanti risultano le pagine dedicate all’uso e alla manipolazione della teologia e della liturgia cattoliche da parte di un austrobavarese che aveva appunto ricevuto una discreta educazione religiosa e che era senza dubbio un genio della propaganda: Adolf Hitler. Invece Simonetta Bartolini, nell’Epica della Grande Guerra. Il fallimento degli intellettuali (Milano, Luni), sottopone a un’indagine lucidissima e piena di disincanto, eppure animata da un profondo senso morale, il fallimento degli intellettuali che non avevano né compreso né previsto la spietata potenza dei mezzi di distruzione di massa che la Modernità aveva messo a disposizione dei governi e degli eserciti europei e che, dopo aver magnificato il «lavacro purificatore» della «bella guerra» in quanto «igiene del mondo», si trovarono a doversi misurare con un’orribile montagna di cadaveri, con una fitta foresta d’inutile dolore: e non poterono non mascherare dietro l’estetica e la retorica della bellezza del sangue versato il senso di vuoto scaturito da una tragedia resa incomprensibile e ingiustificabile dalla sua stessa assurdità.

Eppure proprio questa frode, che in molti si metabolizzava in termini d’illusione, è la chiave per comprendere sotto quale malvagia stella sarebbe vissuto l’intero XX secolo. In Il martire necessario. Guerra e sacrificio nell’Italia contemporanea (Pisa, Pacini), Roberto Mancini ripercorre impietosamente le tappe della catabasi social-guerriera di una tentata costruzione identitaria italiana, dalle parodie religiose di un garibaldinismo letto in termini quasi pseudocristici fino alla «grande vertigine» di una religiosità neopagana-pseudocristiana che avrà anche i suoi Grandi Sacerdoti, come Gabriele D’Annunzio, e i suoi monumenti cruciali, come la marmorea mostruosità dell’Altare della Patria. L’illusione della «patria più grande» fondata «sul sangue dei martiri» sarebbe stata a modo suo feconda. «Il sangue dei martiri è seme di nuovi adepti», aveva dichiarato nel I secolo d.C. Tertulliano. Lo fu anche seminato nei solchi delle trincee e innaffiato dalla mistica di un sacrificio nel quale s’incontravano ambiguamente, ma suggestivamente i motivi martirologici cristiani, le istanze patriottico-sacrali elleniche e romane e la “religione della nazione” di giacobina memoria. Il seme sarebbe divenuto albero. E l’albero, come sta scritto, si sarebbe riconosciuto ai suoi frutti maturati fra gli anni Venti e Quaranta.

Franco Cardini, “Avvenire”, 31.3.2016, p. 24

 

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