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Pubblicato da il 8 Nov 2014 in Letture | 0 Commenti

“Ho visto tutto” (M. Vischer)

 

La terra girava più veloce. Tempeste e nubi erano inquietanti. La luna brillava come il sole, il sole era freddo come la luna. Alberi e pietre andavano in frantumi. Senza alcuna ragione c’era un’atmosfera di vendetta. Gli orizzonti sanguinavano, le montagne fumavano, i fiumi bruciavano; gli uomini erano duri e ostili. Il fratello diceva al fratello: “Satana!”. Eppure sino a poco prima avevano bevuto il latte della stessa vacca. Partii con gli altri. Tutto quello che di peggio può contemplare un occhio umano, io contemplai. Partii con gli altri. In prima linea infuriava la battaglia. Noi seguivamo in retrovia, incaricati di portare aiuto ai medici; qui era ancora più atroce che in prima linea. Io vidi tutto questo; non speravo nulla ma nemmeno disperavo. Settimane passarono così; mesi. Un anno. Due. Né fine né principio. Città, villaggi, paesi s’avvicendano tra le urla dei soldati, il fischio dei proiettili, le sopraffazioni. Ovunque andassimo regnavano morte e disperazione. Ho visto tutto. Il vecchio era seduto là; accanto alla sua capanna distrutta, stava lì da due anni, da quando i Russi avevano abbandonato il villaggio ed eravamo arrivati noi. La guerra gli aveva rubato moglie e figli. La sua casa era distrutta. Lui solo s’era salvato, lui e la sua vacca. Stava seduto là e teneva la vacca con una corda. Poi noi partimmo, e tornammo nel villaggio. Era ancora seduto là. Con la sua vacca. Di tanto in tanto s’alzava lì a cercare del foraggio. Buono o cattivo tempo, stava lì senza un tetto, e guardava la sua vacca. Anche ora sedeva lì. Vicino alla sua vacca. Sempre nello stesso posto. Quante volte gli sono passati davanti amici e nemici? Oggi questi, domani quelli. Lui era seduto lì con la sua vacca. Uomini buoni e cattivi sfilavano davanti a loro. I buoni guardavano i due, i cattivi distoglievano lo sguardo. Nessuno faceva del male al vecchio, alla sua vacca nemmeno. Intorno non era che morte e devastazione. Solo quei due resistevano. Un uomo e un animale. Un uomo e un animale di sesso femminile. Egli diede del foraggio alla sua vacca. Essa mangiò. Il vecchio provava una gioia puerile; con la mano tremante le accarezzava la groppa. Il suo sguardo brillava d’una bontà ultraterrena. La guerra poteva durare un’eternità, loro sarebbero rimasti lì, sperando in silenzio. Sopravviveranno alla guerra. L’uomo e la vacca. L’uomo e l’animale. Mi fu duro proseguire il cammino. (…)

Io fasciavo i feriti e non ridevo mai. Arrivammo nel Carso. In un villaggio sloveno, prima della battaglia la gente era tranquilla, come se la guerra non esistesse sino a quella notte crudele che fu gravida di distruzione. Procedemmo a passo di carica. Noi, i barellieri, ci ritrovammo in prima linea. Qualche settimana più tardi ci ritirammo. Il villaggio non esisteva più. Non restavano che rovine e fumo. Fu lì che conobbi l’orrore. Davanti a ogni casa rimaneva una spoglia. Qui la metà d’un muro, là le fondamenta, tra calcinacci e travi. Pietra e legno, legno e pietra nel caos più atroce. E lassù, il cielo. Volli urlare, ma il grido mi si strozzò in gola come un palo rovente. Ovunque prima s’erano innalzate delle case, qui e laggiù, c’erano i gatti. Non si muovevano d’un passo. Gatti neri, mezzi morti di fame, scheletri neri. Solo i loro occhi ardevano come piccoli fuochi senza vita. Non erano vivi e non erano morti a un tempo: erano colpiti dalla follia. Mi arrampicai lentamente tra le macerie. I gatti non fuggirono, non si mossero. Restavano lì come muti, neri atti d’accusa contro l’umanità intera e guardavano dritto davanti a sé: ultimi pilastri di sostegno delle case. Quando mi fui lasciato dietro le ultime macerie, le mie ginocchia si fecero pesanti come il piombo. Non volevo vedere; ma sentii uno sguardo su di me e incontrai gli occhi folli d’una gatta madre. Due cuccioli erano sdraiati contro il suo ventre. Gli occhi dei piccoli apparivano vecchi e folli come quelli della madre. Con il respiro spezzato buttai allora del pane a quelle bestie. Non si mossero. Io raggiunsi i miei camerati, volevo farli partecipi di quella cosa orribile – e restai di stucco. Essi risero. Io tacqui, perché dovevo tacere. Il rullare sordo del tamburo, il rullare sempre più sordo del tamburo, la guerra, la guerra essa non era ancora vinta. Fasciavo i feriti e tacevo.

Melchior Vischer, La lepre, seguito da una lettera di Franz Kafka all’Autore, Liberilibri, Macerata 2007 (or. 1922), p. 32-35

 

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