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Pubblicato da il 31 Lug 2018 in Storia | 0 Commenti

I “militi ignari” (L. Del Boca)

Si aprirono i rubinetti del sangue, che talvolta sembrò trasformarsi in vera alluvione.

In quei buchi nella terra, davanti al nemico, i “terroni” risultarono la stragrande maggioranza. A pagare i costi umani della guerra furono sopratutto loro.

Viaggiarono anche quaranta ore in un vagone di treno lungo l’Italia. Attraversarono città che non conoscevano e che, il più delle volte, non avevano nemmeno sentito nominare. Approdarono in paesi tetri che il frastuono delle esplosioni rendeva spaventosi.

Al fronte, anche lo zio di Marcello Veneziani. Si chiamava Francesco, pugliese di Bisceglie, vent’anni e una forte miopia che non gli valse né l’esenzione né un atteggiamento di riguardo. “Non aveva uso di mondo,” commentò il nipote in una memoria “non conosceva l’uso delle armi. Era gentile e remissivo, di buone maniere, educato in collegio e vissuto in paese, nel palazzo di famiglia, tra la campagna e la vita serena della provincia, al riparo dalla storia.” Si trovò con una divisa addosso e un fucile in braccio, catapultato agli estremi confini del Nord-Est. Non tornò a casa e, per la verità, non trovarono nemmeno un brandello del suo cadavere: “disperso”, sul Carso, nell’estate del 1917.

In prima linea andò con l’aria di chi era capitato per pura sventura, con la nostalgia per la casa, l’estraneità alla causa e l’incapacità di maneggiare armi automatiche e mortai. Per questo, più che di un “milite ignoto”, si trattò di un “milite ignaro”.

Sistemavo le carte di famiglia” raccontò Marcello veneziani “e mi sono imbattuto in un plico di carta sformato da cui uscivano una medaglia appesa a un logoro nastro tricolore e una croce di guerra con il nastro azzurro.”

Lettere scritte con calligrafia rattrappita e inchiostro antico, a comporre un carteggio straziante di cent’anni fa.

Dal fronte: “Carissimo padre, maledetto il giorno in cui arrivai qui…”. I genitori tentarono di aiutarlo, chiedendo soccorso ai deputati locali. Ma gli accorati promemoria non servirono a strappare il figlio al destino della guerra. “Sofferente di malattie, come rilevasi dal certificato medico, vedi l’elenco delle imperfezioni fisiche e il deficit di vista che lo porta ad avere solo 8 diottrie.” Inutile. “Da più di due anni, non ha avuto un solo giorno di licenza. Lo costringono a lavori ingrati, inviandolo sempre di scorta al fronte, gli hanno fatto firmare che le ferite subite non erano avvenute mentre era in servizio.” E come sarebbe stato possibile ferirsi diversamente? “Lui sempre obbediente, ma un colonnello gli ha tirato il naso facendoglielo sanguinare e rimproverandolo: ‘Tu non vuoi fare il soldato… non vuoi andare in prima linea…’”. Ce lo mandarono, lui non si oppose e non tornò indietro.

Non una pagina epica di eroismo,” il commento di Marcello Veneziani “nemmeno un esempio esaltante di patriottismo. Semmai, un caso patetico di umanissima fragilità. Ma è struggente per lo stridente contrasto tra l’oggettiva e inesorabile durezza del conflitto e la soggettiva, tenerissima, dimensione affettiva, domestica e locale. Un padre e una madre che cercano di salvare il figlio, tra suppliche e istanze, per farlo esonerare, proponendo problemi umani (troppo umani) sperando che la vita disarmata cui era stato educato quel ragazzo potesse trovare udienza nei vertici militari.” Figurarsi…!

Non è una storia da intrepidi eroi” sempre secondo Veneziani, “E non nemmeno la storia, anch’essa atroce, di tanti poveri fanti, strappati alla vita contadina e mandati a morire per Trento e Trieste. È una storia ancora diversa, di uno scorcio periferico d’Italia, travolto dal conflitto mondiale” dove si visse la tragica contrapposizione fra il mondo di prima con il garbo e le sue ottuse delicatezze” e quello del poi con le masse dei coscritti mobilitati per una guerra totale.

Quei ragazzi, dalle loro campagne, si trovarono catapultati in una distesa di sassi che sembrava impossibile fosse un obiettivo di conquista. Ma chi poteva volerla quella terra, dove non era nemmeno possibile seminare?

Il Carso è un paese di calcari e di ginepri. La terra è senza pace, senza congiunture. Non ha un campo per distendersi. Ogni suo tentativo è spaccato e inabissato. Grotte fredde, oscure. La goccia, portando con sé tutto il terriccio rubato, cade regolare, misteriosamente, da centomila anni, e ancora altri centomila.”

Complicato viverci in tempo di pace, terribile nel rombo del cannone.

Le teste si ritirano dentro le spalle, sotto lo zaini, cercano riparo fra i corpi dei compagni, frugano nel terreno, come per entravi. Ogni schiena sente piombarle addosso la granata. Soltanto dopo lo scoppio, è concesso un briciolo di sollievo. Facce spaventate, visi stupiti, trasognati, interroganti. C’è un’enorme buca come un bacino, e dentro: zaini e fucili e brandelli di stoffa e, confusi con questi, alcuni alcuni granatieri. Allo scoperto, l’ argine non c’è più. Davanti a me non c’è più la verde la campagna ma, sotto un cielo basso e grigio, una collina sassosa e deserta: il Carso.”

Un mondo a parte. Paesaggio ostile di pietre bianche e taglienti che affiorano ovunque per ferire la carne dei soldati. Lì, era più facile morire che vivere.

Lorenzo Del Boca, Il sangue dei terroni, Piemme 2016, p. 81-84

(* il riferimento è a: M. Veneziani, Il 4 novembre è la festa dei militi ignari. Non furono intrepidi eroi né fulgidi esempi di patriottismo ma uomini inconsapevoli del loro destino, in “Il Giornale”, 4 novembre 2013)

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