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Pubblicato da il 12 dic 2017 in Letture | 0 Commenti

I mutilati e i “matti di guerra”: l’orrore che nasce dall’errore (P. Malaguti)

I mutilati e i “matti di guerra”: l’orrore che nasce dall’errore (P. Malaguti)

 

Malossi si fa più prossimo all’amico perché intuisce in che luogo possa trovarsi, e un senso di orrore crescente lo pervade.

Quel corpo mutilato e sfigurato doveva morire. La sua morte sarebbe stata una delle tante morti di uno dei tanti giorni di guerra, invece la vita si è attaccata a questo corpo senza gambe e senza braccia, la canna del fucile non ha toccato il cervello, le ferite non si sono infettate. Sarebbe stato meglio per lui se fosse morto, perché adesso è condannato a vivere su un letto per il resto dei suoi giorni”.

Malossi guarda le lenzuola, distingue la sagoma di un tronco umano, i moncherini delle braccia sono fasciati, dalle bende escono sottili tubi per il drenaggio delle ferite; ecco da dove viene l’aroma dolciastro, è il sangue, è il siero delle piaghe. La testa dell’uomo è ugualmente bendata, e il bianco delle garze contrasta con il nero dei due spezzoni della canna di fucile di cui parlava Bisanti.

Malossi trattiene a stento il gemito che gli sale lungo la gola, non vuole apparire debole, però mai avrebbe creduto che un corpo potesse essere ridotto a una tale grottesca parodia di se stesso.

Ma… ma perché non gli togliete quel pezzo di acciaio dal viso!” mugola con voce strozzata.

Non appena le cose si calmeranno, lo mandiamo a Bologna. Lì proveranno a operarlo. Però non è facile, c’è il rischio che a togliergli quella canna si vadano a toccare nervi, ossa, forse il cervello. Te lo dicevo: se quest’uomo ritornasse a quel giorno su quel campo di battaglia altre mille volte, morirebbe sempre. Solo quel giorno era scritto che non dovesse morire”.

Malossi, anche se non vorrebbe, si sente costretto dal fascino magnetico e in qualche modo sublime dell’orrore a guardare anche i letti successivi. Gli uomini sono tutti mutilati, ma questo non basta. Hanno tutti il volto sfigurato, gonfio, o privo di un pezzo. A chi mancano il naso e una guancia, mostrando un foro sanguinolento in cui biancheggiano i denti, a chi manca la mandibola, e la lingua, gonfia e scura, è trattenuta in qualche modo da bendaggi umidi. A chi mancano gli occhi e buona parte del cuoio capelluto, a chi invece i lineamenti sono stati deformati da schegge penetrate tra il cranio e la pelle, che animano la fronte o gli zigomi di orrende protuberanze.

Perché sono tutti qua?” domanda Malossi quando, finalmente, Bisanti si avvia verso l’uscita.

E dove vuoi mandarli? Agli ospedali al fronte non li vogliono di certo, perché spaventano i soldati. Una gamba amputata passi, ma se vedi come puoi ridurti, inizi a giocare a morra con la pazzia. Negli ospedali vicini non possiamo mandarli, ci hanno ordinato di tenerli qui almeno finché non finirà questa porca guerra, perché non possiamo mostrare alla gente cosa sta succedendo”.

E a casa loro?”.

Bisanti sorride amaramente: “Tu ci torneresti a casa tua, se fossi così ridotto? Se potessi scegliere, ti faresti portare dai tuoi genitori in questo stato? Intanto aspettiamo. A quanto ne so, hanno dato indicazioni vaghe alle famiglie. Sanno che sono ricoverati, ma non sanno dove, e gli viene detto che per ragioni igieniche i loro parenti non possono ricevere visite”.

E poi? Prima o poi bisognerà rimandarli a casa!”

Bisanti scende le scale con le mani nelle tasche del camice bianco, per lungo tratto non risponde. Tornati al piano terra la sua voce arriva in un sospiro: “Qui dobbiamo tenerli in perenne stato di semincoscienza. Non è solo per il dolore. Dobbiamo fare in modo che non si rendano conto di come sono ridotti. A volte chi se ne accorge non regge, si lascia morire… E forse è la cosa migliore”.

Vorreste lasciarli morire?”

Non lo so, Ottaviano. Alcuni di loro sono già morti, in qualche modo…. E già più di una volta ho sentito dire dai dottori che qualcuno, ai comandi, vorrebbe mandare alle famiglie il certificato della loro morte. Poi li terremo qua, in attesa della morte vera e propria. Forse così tutti soffrirebbero di meno… Meglio piangere un figlio morto una volta sola, che sopportare l’agonia di un pezzo di carne che ha più nulla del ragazzo partito soldato”.

Ottavianio Malossi si era accasciato su uno sgabello.

(…).

Bisanti aveva lasciato che l’amico si sfogasse, poi aveva versato in una scodella due dita di grappa, e l’aveva fatto bere.

Ricorda questo dolore, Ottaviano. Ricorda questo terrore. Tu non sei nulla più di loro. Erano veloci, furbi, capaci come e più di te. Se ti mandano al fronte, non fare cazzate. Stai attento. Resta vivo. E se puoi, resta intero”.

Malossi aveva annuito, lasciandosi scaldare dalla grappa.

Te lo ripeto. Lassù si muove qualcosa di più grande e di più tremendo di quanto mai l’umanità abbia anche soltanto potuto concepire, così tremendo da essere tenuto nascosto ai civili, a tutti i costi… Così terribile che anche chi ne esce vivo, in un certo senso non ha gli strumenti adeguati per ricordarlo, per tenerlo dentro di sé, né tanto meno per raccontarlo agli altri. Non fare cazzate, stai lontano il più possibile dalla guerra”.

(…).

Ottaviano Malossi non aveva mai riflettuto su questo strano meccanismo della sua mente. Si era limitato a prendere atto di come la guerra, anno dopo anno, diventava nella sua memoria un’esperienza certamente tragica, ma illuminata dalla presenza radiosa della vittoria, celebrata nelle commemorazioni, dotata di senso, e quasi un ordine, nelle geometrie e negli elenchi dei monumenti ai caduti che da subito avevano iniziato a costellare le città e i paesi d’Italia.

Del testo non aveva fatto alcuna fatica ad accettare la censura silenziosa che il suo cervello gli aveva imposto, dal momento che, attorno a lui, tutti parevano interessati a fare lo stesso: con la scusa di celebrala, la guerra era stata in breve a sua volta mutilata, corrotta. Ma ora, inaspettatamente, quel volto bendato aveva fatto riaffiorare nella sua coscienza le parti più oscure e dimenticate, laddove i concetti di vittoria, gloria e onore sfiorivano miseramente, come fiori su una lastra tombale, di fronte al sangue, alla follia, al terrore.

Paolo Malaguti, Prima dell’alba, Neri Pozza, 2017, p. 256-260

I guerra ernst-friedrich-krieg-dem-kriege-19

 

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