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Pubblicato da il 11 Mar 2019 in Storia | 0 Commenti

I socialisti e la guerra, prima della guerra (U. De Grandis)

I socialisti e la guerra, prima della guerra (U. De Grandis)

L’Internazionale socialista, in definitiva, pur registrando una certa uniformità di vedute sull’interpretazione della guerra e sul dovere delle classi lavoratrici di impedirla in nome dell’internazionalismo proletario, non riuscì a dettare delle linee comuni di comportamento contro il militarismo e di opposizione attiva a nuovi conflitti. La continua riaffermazione delle divergenze storiche tra riformisti e rivoluzionari, tra socialisti di differenti nazioni e anche tra le varie sezioni nazionali, si tradusse nel progressivo indebolimento del socialismo internazionale nei confronti delle controversie fra stati.

La soluzione della crisi balcanica, che fece seguito alle manifestazioni pacifiste promosse nelle principali capitali europee negli stessi giorni in cui si teneva il congresso di Basilea, ebbe l’effetto di dissipare la minaccia di un conflitto a breve, inducendo tuttavia i leader socialisti a sopravvivere la capacità dell’Internazionale di influire sui rapporti tra gli stati. L’entusiasmo che ne derivò portò a ritenere più che sufficienti le misure preventive più volte enunciate nei congressi, accantonando le discussioni sulla necessità dello sciopero generale, cosicché lo scoppio del conflitto nel luglio 1914 colse l’Internazionale socialista assolutamente impreparata.

Ma la crisi profonda in cui l’organizzazione sarebbe entrata nei giorni che seguirono, fu innescata dalla decisione dei socialisti delle principali nazioni belligeranti di approvare i crediti di guerra: iniziarono per primi i tedeschi, seguiti da inglesi, francesi e belgi che diedero piena garanzia della loro diretta collaborazione in governi difesa nazionale, definiti “union sacrée”. Non diversa fu la risposta delle masse lavoratrici che, anteponendo la solidarietà nazionale a quella di classe, risposero disciplinatamente all’ordine di mobilitazione.

Lenin stroncò con dure parole questi cedimenti patriottici che andavano a scapito dell’internazionalismo:

Se un tedesco sotto Gugliemo o un francese sotto Clemenceau dicesse: ‘Io, come socialista, ho il diritto e il dovere di difendere la mia patria se il nemico ha invaso il mio paese’, questo non sarebbe il ragionamento di un socialista, né di un internazionalista, né di un proletario internazionale, ma la dichiarazione di un nazionalista piccolo borghese. Perché in questo ragionamento scompare la lotta di classe rivoluzionaria dell’operaio contro il capitale; scompare la valutazione di tutta la guerra nel suo assieme dal punto di vista della borghesia mondiale e del proletariato mondiale; scompare cioè l’internazionalismo e non rimane che un misero, fossilizzato nazionalismo.

Si fanno dei torti al mio paese, il resto non mi riguarda: ecco a che si riduce questo ragionamento e dove risiede la sua meschinità nazionalista. Esattamente come se, di fronte alla violenza individuale esercitata contro una persona, qualcuno facesse il seguente ragionamento: il socialismo è contro la violenza, quindi preferisco commettere un tradimento anziché andare in prigione” (Lenin, Guerra e pace, Edizioni Oriente, Milano, 1966, p. 15).

Questi comportamenti sancirono il fallimento della Seconda Internazionale, poiché dal momento dell’inizio del conflitto i partiti socialisti di tutti i paesi belligeranti proseguirono in forma autonoma la propria attività, senza più confrontarsi gli uni con gli altri per lunghi mesi.

I più decisi nell’esprimere una dura condanna della guerra e nel prospettare una forte reazione popolare all’eventuale coinvolgimento del proprio paese in un conflitto furono i socialisti italiani, riscuotendo in ciò nientemeno che il plauso di Lenin. L’internazionalismo proletario, che si traduceva nella volontà di soppressione delle frontiere, nella lotta ai contrasti religiosi ed etnici, nella libertà degli scambi e nell’avversione alla guerra, aveva trovato un primo interprete appassionato in Filippo Turati, che compose nel 1886 l’Inno dei lavoratori, un passaggio del quale recita così:

I confini scellerati cancelliam dagli emisferi:

i nemici, gli stranieri, non son lungi ma son qui.

Guerra al regno della guerra! Morte al regno della morte!

Contro il diritto del più forte, forza amici, è giunto il dì”.

Negli anni immediatamente successivi il pacifismo e l’antimilitarismo dei socialisti italiani ebbero modo di svilupparsi e di perfezionarsi nelle proteste contro le prime imprese coloniali, bollate come “pazze e criminose”, che, oltre a esporre a morte giovani italiani delle classi sfruttate – come avvenne a Dogali nel 1887 e ad Adua nel 1896 – sottraevano risorse economiche che avrebbero potuto essere utilizzate per migliorare le condizioni di vita della popolazione, con particolare riguardo alle regioni maggiormente arretrate.

Un primo ordine del giorno, che definiva il militarismo come “l’applicazione della forza e della violenza alla difesa e alla conservazione delle classi e delle istituzioni privilegiate” era stato approvato al congresso di Milano (1891) e in quell’occasione era stato concordato che il dovere primario della classe lavoratrice fosse quello di esercitare “una continua e attiva propaganda contro i dannosi effetti del militarismo e contro i sentimenti patriottici e nazionali che formano il pretesto, nonché contro l’insegnamento morale della gloria e dell’onor militare” (Alberto Malatesta, I socialisti italiani durante la guerra, Mondadori, 1926, p. 17).

Fu il conflitto italo-turco a offrire ai socialisti italiani l’opportunità di scendere in campo una prima volta, ma al tempo stesso di sancire la loro divisione in contrari e favorevoli a quell’impresa bellica, i secondi sostenendo che la conquista dei territori oltremare avrebbe offerto ai proletari nuove opportunità di emancipazione. Al congresso di Reggio Emilia (luglio 1912) era stata quindi dichiarata l’incompatibilità della permanenza nel partito di quanti avevano espresso la loro approvazione all’impresa, decretando l’espulsione dal PSI di Leonida Bissolati, Ivanoe Bonomi, Angiolo Cabrini e Guido Podrecca, che fondarono il Partito Riformista Italiano.

Fu nelle proteste contro la guerra libica che il PSI forgiò la propria compattezza e una nuova opportunità di riaffermare le convinzioni della maggior parte dei militanti fu il congresso si Ancona (aprile 1914), allorché, con un ordine del giorno approvato all’unanimità, il militarismo fu definito “un sistema di coercizione del proletariato e di difesa del regime capitalistico” che le classi lavoratrici avevano il dovere di combattere.

L’attivismo dei socialisti contro la guerra e il militarismo non era stato affatto sottovalutato dalle autorità di Pubblica Sicurezza, che già dall’estate del 1914 avevano considerato con estrema attenzione un opuscolo dal titolo “Coscritto, ascolta!” stampato a Roma dalla Libreria editrice de “L’Avanguardia” e diffuso tra le truppe, nel quale furono individuati gli estremi del vilipendio alle istituzioni e di incitamento a delinquere. La scoperta fece promuovere indagini per individuare gli autori, che condussero all’arresto di Luigi Morara e Lido Caiani, due militanti della Federazione Italiana Giovanile Socialista.

Ugo De Grandis, GUERRA ALLA GUERRA. I socialisti scledensi al “Processo di Pradamano” (luglio-agosto 1917), Centrostampa, Schio (VI), 2017, p. 18-22

(* FOTO in evidenza di Laura Vallortigara)

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