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Pubblicato da il 17 Nov 2016 in Storia | 0 Commenti

I veri accordi per la pace (E. Franzina)

I veri accordi per la pace (E. Franzina)

 

Le nostre trincee erano a così pochi metri dalle loro, con in mezzo appena un po’ di reticolati, che era impossibile non sentire ciò che a più alta voce tutt’e e due si diceva e quando il fronte lo tenevamo noialtri alcuni degli ufficiali più buoni o sensati chiudevano un occhio (e tutt’e due gli orecchi) o addirittura raccomandavano di non sparare ai crucchi se fossero venuti allo scoperto solo per le cose normali perché così, in contraccambio, avrebbero fatto anch’essi la stessa cosa con noi. Cioè ci rispettavamo, ma da furbi.

Un nostro commilitone di Malo, Biagio, Zanetti, ch’era stato emigrato in Voralberg e parlava bene il tedesco, aveva combinato una volta tutto lui mettendosi d’accordo con l’austriaco di sentinella e benché poi la faccenda fosse destinata a durare ben poco ci aveva spiegato: “Guardate che deve farsi sentire dai suoi ufficiali a sparare e anche a gettare delle bombe. E voi allora – diceva ai nostri che andavano fuori all’avamposto – appena vedete muoversi la brace vi dovete inquattare e stare sotto per bene, perché vuol dire che sta per sparare”.

La guerra, insomma, notava più d’uno lasciandomi all’inizio perplesso, non l’avevano mica voluta né loro né noi: che venissero a farla, casomai, quei siori che l’avevano decisa, e anche dalle nostre parti non ci furono, che io sappia, troppi accordi o addirittura incontri di gruppo in zona neutra per scambiarsi doni, vino e auguri. Vari annusamenti reciproci quelli sì, specie sullo Zebio intorno a metà dicembre del 1916 con il lancio sporadico da parte dei nostri soldati di pagnotte e di cioccolata nelle trincee austriache o ancora a Natale dello stesso anno sul Monte Forno dove un alpino del battaglione Bassano, Marco Ambrosini, e altri suoi commilitoni scambiarono con un soldato di Graz, di nome Karl Fritz, e i suoi compagni, pane fresco in cambio di sigarette mettendosi pure d’accordo per un pacifico taglio di legna in terra di nessuno (gli italiani peraltro in quella occasione usarono un “segone” del nemico senza più restituirglielo).

Emilio Franzina, La storia (quasi) vera del milite ignoto, Donzelli, 2014, p. 80-81

 

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