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Pubblicato da il 1 Mag 2017 in Letture | 0 Commenti

“Il cieco combatte contro il cieco” (V. Brittain)

 

Un capitano con la barba si mise sull’attenti quando gli cambiai la benda al braccio, fece sbattere i tacchi speronati uno contro l’altro e infine fece un inchino con cerimoniosa serietà. Un altro ragazzo, un luogotenente prussiano gravemente ferito che stava per essere trasferito in Inghilterra, allungò una mano scheletrica verso di me mentre era sdraiato sulla barella aspettando di essere portato via e mormorò: “Grazie, infermiera”. Dopo un secondo di esitazione, presi le dita pallide tra le mie, pensando a quanto fosse ridicolo che stessi tenendo la mano di quell’uomo come se fossimo amici quando forse, solo una o due settimane prima, a Ypres Edward aveva fatto di tutto per ucciderlo. Il mondo era impazzito e noi eravamo tutte vittime… quello era l’unico modo di vedere le cose. Io e quei ragazzi devastati e in fin di vita stavamo pagando allo stesso modo una situazione che nessuno di noi aveva desiderato o fatto nulla per far accadere. Ricordai che da qualche parte avevo letto una poesia intitolata Alla Germania che aveva messo in parole quella nuova idea di lotta; in seguito scoprii che era stata scritta da Charles Hamilton Sorley, ucciso in azione nel 1915:

Hai visto soltanto il tuo futuro, grandioso e destinato,

e noi, i sentieri affusolati della nostra mente,

ci troviamo insieme sulle nostre strade predilette,

prima un sibilo, poi l’odio. E il cieco combatte contro il cieco.

È davvero strano che tu debba fare da infermiera a prigionieri crucchi” scrisse Edward dal tumulo del saliente di Ypres. “Dimostra veramente quanto sia assurdo tutto questo. (…)”.

Vera Brittain, Generazione perduta. Testament of Youth, Giunti, 2015 (or. 1960; prima ed. 1933), p.

382-383

 

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