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Pubblicato da il 3 feb 2018 in Storia | 0 Commenti

Il culto dei caduti, il paesaggio e il turismo alpino (M. Armiero)

Il culto dei caduti, il paesaggio e il turismo alpino (M. Armiero)

 

Il Italia il ricordo dei caduti si materializzò nei memoriali alpini e, in misura minore, nei “parchi della rimembranza”, modellati sulla falsariga delle controparti tedesche. Nell’organizzazione italiana del culto dei caduti non fu soltanto il lutto a venire nazionalizzato: lo stesso accadde ai luoghi in cui la guerra era stata combattuta. Una rete di cimiteri di guerra trasformatisi in santuari della nazione, ridisegnò quello che James M. Mayo ha chiamato il “paesaggio politico”. Furono in particolare i cimiteri di guerra a popolare il paesaggio di significati, trasformandolo in un nuovo ibrido di natura e memoria, il visibile e l’invisibile, le parole e il silenzio, l’artificiale e il naturale si fondevano per dare luogo al paesaggio retorico della guerra e della sua memoria nazionale. Come hanno scritto Kathy E. Ferguson e Phyllis Turnbull i memoriali di guerra sono “narrative nazionali (…) inscritte nella stessa materialità del suolo”. Con la politicizzazione dell’assenza, l’organizzazione dello spazio diventava organizzazione della memoria.

(…).

Il turismo alpino contribuì in misura determinante a diffondere in tutti gli strati della società questo duplice culto della natura e della memoria. Il CAI e il Touring Club provvidero a organizzare da subito a organizzare visite guidate, escursioni e pellegrinaggi ai campi di battaglia e ai memoriali di guerra le guide delle Alpi orientali compilata da Antonio Bertri e le già ricordate guide le TCI ai campi di battaglia erano qualcosa di più di una raccolta di itinerari tra le vestigia di una guerra appena conclusa. Erano vere e proprie istruzioni per l’uso del paesaggio in chiave politica e culturale, un paesaggio rielaborato a formare un’unità indissolubile di storia e natura. L’obiettivo del TCI e di molte altre organizzazione alpinistiche era celebrare l’eroismo e il sacrificio dei caduti, marcando al tempo stesso quelle aree geografiche di più recente acquisizione con i segni della nazione.

Che cosa trovavano in quelle montagne quegli escursionisti patriottici, quegli alpinisti di ispirazione nazionalistica? Innanzitutto, è superfluo precisarlo, trovarono quello che erano andati a cercare: la memoria organizzata della guerra modellava il paesaggio spirituale degli osservatori, oltre al paesaggio geografico che si apriva di fronte al loro sguardo, la rielaborazione dell’esperienza bellica e il suo consolidamento nel canone delle memorialistica di guerra guidavano i passi e lo sguardo di quei pellegrini laici attraverso le terre sante della nazione.

Marco Armiero, Le montagne della patria. Natura e nazione nella storia d’Italia. Secoli XIX e XX, Einaudi, 2013, p. 95-99

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