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Pubblicato da il 16 Nov 2018 in Letture | 0 Commenti

“Il dolore assoluto e perfetto di tutte quelle esistenze mandate al macello” (U. Riccarelli)

“Il dolore assoluto e perfetto di tutte quelle esistenze mandate al macello” (U. Riccarelli)

Stavolta andiamo noi a prenderli” disse “se vendichiamo quello che ci hanno fatto all’Amba Alagi. Sarà vittoria. Per Baratieri. Per il Re. Avanti Savoia!”

Forse, nelle parole del caporale avrebbe dovuto esserci un tono convinto, un incitamento chiaro e irremovibile, ma nessuno, in quell’alba disperata, riuscì a cogliere altro che il senso dell’inevitabilità. Nel silenzio che seguì quelle parole, accucciato sulla sabbia di quel pezzo di mondo, Bartolo sentì che non ci sarebbe stata nessuna vendetta, non si ci sarebbe stata nessuna vittoria, nessun Re, nessun evviva. E mentre si alzava assieme ad altre centinaia come lui per avviarsi verso l’attacco, il dolore assoluto e perfetto di tutte quelle esistenze mandate al macello lo colpì in mezzo al petto, più a fondo di una lama, più forte del piombo.

Dalle linee etiopi il fuoco arrivava ad ondate e a ogni scarica qualcuno attorno a Bartolo urlava e cadeva, tentava a rialzarsi, invocava sua madre o un santo. Lui fu quasi colpito subito, ma non provò più male di quello che già stava provando. Bestemmie, urla, sabbia bagnata di sangue. Sentì le gambe farsi deboli, e allora piegò le ginocchia e si fermò un momento, a riprendere fiato. Sul petto, proprio sotto il cuore, la camicia era rossa e appiccicosa. Nessun bruciore, nessuna paura.

A pochi passi da sé vide un cavallo disteso a terra, il collo squarciato da una ferita lunga un palmo. Respirava a stento. Il loro sguardo si incrociò e per un lungo momento si guardarono negli occhi. Bartolo si rialzò a fatica e andò a sederglisi accanto. Qualcuno urlò verso di lui una frase che non capì. Spari, grida, pianti, lamenti di gente che moriva tra la sabbia.

Avanti Savoia…” mormorò tra sé, e un sorriso gli allargò le labbra.

Il respiro del cavallo era corto e accelerato. Bartolo allungò un braccio e posò la mano su suo collo insanguinato, nel tentativo di rallentare quella corsa disperata. Anche la sua mano era rossa di sangue, e il suo respiro non era meno affannoso. A un tratto, improvviso come l’esplosione di una granata, gli scoppiò nel petto il desiderio di essere ancora a casa, a respirare l’aria del mattino sul Palude Lungo, accanto a Ideale e Mikhail, ancora a scherzare e rotolarsi nei prati come una volta.

Ma mentre annaspava in mezzo a questo desiderio incrociò ancora lo sguardo del cavallo che stava morendo e comprese che era lo sguardo del suo stesso destino. Così chiuse gli occhi per poterlo immaginare libero di correre per i prati del Colle, giù fino alla Piana, di bordare l’acqua chiara e i boschi e tutti i luoghi che aveva amato. Una corsa lunghissima, senza respiro, dal sole fin sotto le stelle.

Quando riaprì gli occhi la luce era quasi sparita, sembrava essersi fatta sera e il petto del cavallo era immobile.

Ugo Riccarelli, IL DOLORE PERFETTO, Mondadori, 2004, p. 128-129

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