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Pubblicato da il 23 Mag 2015 in Storia | 0 Commenti

Il fascismo si appropria della guerra (L. Kocci)

Il fascismo si appropria della guerra (L. Kocci)

L’esempio più evidente delle nuove linee della politica fascista della memoria è il monumento alla Vittoria di Bolzano, nell’omonima piazza, promosso direttamente dal governo e affidato a Marcello Piacentini, il più noto degli architetti di regime. Il monumento suggella il nuovo confine italiano al Brennero strappato all’Impero austro-ungarico con la guerra – indicando contestualmente l’italianizzazione forzata dell’Alto Adige – e sottolinea lo status di potenza civilizzatrice dell’Italia fascista, autoproclamatasi erede dell’impero romano. Si tratta infatti di un colossale arco di trionfo ornato di fasci littori, sormontato da una Vittoria sagittaria e con l’epigrafe in latino (la lingua della Roma imperiale):

«HIC PATRIAE FINES SISTE SIGNA

HINC CETEROS EXCOLVIMVS LINGVA LEGIBVS ARTIBVS»

(«Qui sono i confini della Patria, pianta le insegne.

Da qui educammo gli altri alla lingua, al diritto, alle arti»).

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Mussolini avrebbe voluto dedicare il monumento all’irredentista Cesare Battisti, ma la ferma opposizione della vedova ad un uso propagandistico del nome del marito fa naufragare l’iniziativa. La memoria di Battisti tuttavia sopravvive nel giorno prescelto per l’inaugurazione solenne del monumento (il 12 luglio 1928, dodicesimo anniversario della sua impiccagione) e nella collocazione sotto la volta dell’arco delle erme di Battisti, Fabio Filzi e Damiano Chiesa, irredentisti italiani, ma austriaci di nascita, condannati a morte per tradimento dagli austro-ungarici.

Negli anni successivi e fino al 1935, il regime edifica altri quattro grandi monumenti nazionali, significativamente posti nelle città “redente” o di confine, mescolando memoria dei caduti della “grande guerra” e celebrazione della vittoria dell’Italia fascista: a Trento sorge il monumento finalmente intitolato a Cesare Battisti (1935); quello a Capodistria, dedicato all’irredentista istriano Nazario Sauro (1935); a Trieste il Faro della Vittoria (1927) per i «caduti del mare», l’Ara della Terza armata (1929), per ricordare l’antico rito della consacrazione delle armi vincitrici che aveva voluto ripetere il generale Carlo Petitti di Roreto il 4 novembre 1918, e il monumento ai caduti (1935); a Brindisi il monumento al Marinaio (1933) (Cfr. Bruno Tobia, Dal Milite ignoto al nazionalismo monumentale fascista, (1921-1940), in Storia d’Italia, Annali 18. Guerra e pace, a cura di Walter Barberis, Einaudi, Torino 2002, pp. 607-632)

Il fascismo ha così costruito quella “religione della patria” che, secondo lo storico Emilio Gentile, le classi dirigenti tentavano invano di edificare dall’Unità d’Italia. E ci è riuscito attraverso il sangue dei soldati morti in guerra. Il simbolo del sangue versato dai soldati uccisi al fronte, unito al mito della violenza rigeneratrice fascista, diventa elemento fondamentale di una retorica nazionalista che fino ad allora non poteva fregiarsi né di grandi guerre, né di grandi vittorie. Il culto dei caduti è la “prima universale manifestazione liturgica” di questa nuova “religione della patria”, i monumenti ai caduti – insieme ai sacrari e al Milite ignoto – sono i templi attorno ai quali questi riti vengono celebrati (Cfr. Emilio Gentile, Il culto del littorio, cit., pp. 1-33).

La memoria della “grande guerra” – e in particolare della morte nella “grande guerra” – è diventata proprietà esclusiva del regime che la deforma e la piega ai propri fini. Lo dimostra meglio di ogni altra cosa la cancellazione – cominciata anche prima della Marcia su Roma, segno che il dissenso era poco tollerato anche in epoca pre-fascista – da parte di sindaci, prefetti, podestà, gerarchi di vario livello e squadristi di quei pochi esemplari di “contro-memoria” antimilitarista, pacifista e socialista, ovvero di monumenti e lapidi che fornivano una diversa interpretazione, né eroica né trionfalistica, della guerra e della morte al fronte. Qualche esempio. A Muggiò (allora in provincia di Milano) una squadraccia fascista smura dalla facciata del municipio la lapide posta dalla Lega proletaria mutilati, invalidi e reduci di guerra, e negli scontri viene ucciso anche il mutilato socialista Luigi Paleari:

«IN QUESTI MARMI

POSTI DAI CONCITTADINI DI MUGGIÒ

[…]

SONO INCISI I NOMI DEI CADUTI NELLA

GUERRA MONDIALE

COME VOTO DI FRATELLANZA INTERNAZIONALE

COME MALEDIZIONE ALLE GUERRE».

E a Sala Vercellese (Vercelli) è tolta dai fascisti la lapide dettata dal maestro socialista Angelo Fietti:

«AI PROLETARI CADUTI NELLA GUERRA MONDIALE

1914-1918

I COMPAGNI DI FEDE E DI LOTTA

ANELANTI AD UN’ERA DI PACE E DI AMORE

NEL TRIONFO DEL LAVORO».

Ad essere distrutti dai fascisti sono anche monumenti come quello di Tolentino (Macerata), nel quale la statua di un mutilato privo delle braccia guarda l’anziano padre che si affatica da solo nel lavoro dei campi, con l’epigrafe:

«POSSA LA SANTITÀ DEL LAVORO REDENTO

FUGARE E UCCIDERE PER SEMPRE

IL SANGUINANTE SPETTRO DELLA GUERRA

PER NOI E PER TUTTE LE GENTI DEL MONDO.

QUESTA LA SPERANZA E LA MALEDIZIONE NOSTRA

CONTRO CHI LA GUERRA VOLLE E RISOGNA».

(I testi delle lapidi si trovano in Gianni Isola, Guerra al regno della guerra! Storia della Lega proletaria mutilati invalidi reduci orfani e vedove di guerra (1918-1924), Le Lettere, Firenze 1990, pp. 174, 177, 179; Cfr. anche il più recente e completo studio Pietre di guerra. Ricerche su monumenti e lapidi in memoria del primo conflitto mondiale, a cura di Nicola Labanca, Edizioni Unicopli, Milano)

Non c’è spazio per una memoria diversa da quella ufficiale e di regime. Una memoria di “pietre di guerra” oggi ormai muta, ma in grado di restituirci il progetto della costruzione di un uso pubblico della storia di guerra capillarmente diffuso su tutto il territorio nazionale.

Un progetto che poteri politici e militari non hanno di fatto mai abbandonato.

da: Valerio Gigante, Luca Kocci, Sergio Tanzarella, La grande menzogna. Tutto quello che non vi hanno mai raccontato sulla prima guerra mondiale, Dissensi, 2015

 

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