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Pubblicato da il 17 mar 2018 in Storia | 0 Commenti

“Il regno della morte”. Alcide De Gasperi visita il Monte Bocche nel 1919 (D. Leoni)

“Il regno della morte”. Alcide De Gasperi visita il Monte Bocche nel 1919 (D. Leoni)

 

Il 16 agosto 1919, Alcide De Gasperi, da poco rientrato in Trentino, intraprese “una visita alla montagna di Bocche (2745 m), a sinistra della strada nazionale che mena al Passo Rolle”: era, con ogni probabilità, la prima volta che risaliva una sua montagna dopo la guerra. Quel che vide lo indusse a scrivere, il giorno dopo, un articolo per il giornale cattolico “Nuovo Trentino”, allo scopo di sollecitare l’erezione di un ossario a Paneveggio in memoria di tutti i caduti – “le ultime vittime di un mondo che finisce” -, “perché in alto non c’è pace, non c’è riposo, non c’è sepolcro”. Riletto oggi, esso si offre come il più straordinario documento visivo e narrativo sul paesaggio alpino dopo la battaglia.

È un monte antipatico, di colore grigio-oscuro (…). Nessun turista nell’epoca prebellica era tentato da questa massa faticosa e nera, senza ardimenti di rocce a picco e senza bianchezza di nevai. Ma di qua innanzi è da credere che molti affronteranno la fatica della lunga ascensione, perché la guerra ha condotto lassù per quasi due anni migliaia e migliaia d’uomini, venuti dalla Galizia e dalla Baviera, e dall’altro lato, dal golfo di Napoli; e tutti questi uomini con una fatica tenace e sanguinosa hanno scavato caverne, accatastato massi, noti prima solo al vento e alla bufera, minate le rocce e costruiti sul versante nord-est, verso S. Pellegrino, ove la montagna precipita a picco, nidi d’aquila, per lanciarsi poi addosso da tutti i pertugi e da tutte le bocche delle enormi masse di ferro, modellato in pallottole o in granate o in shrapnels o in mine prodotte a Wiener Neustadt, a Pilsen, a Essen, a Brescia o a Torino o a Treni. Certo, quando gli uomini stavano lassù, anche la bellezza, congiunta all’eroismo e all’amore della patria, era loro compagna (…); ma quando questa landa venne abbandonata dagli uomini vivi, non rimasero qui che impronte di morte; l’orrore, il solo orrore della guerra, non attenuato dalla virtù degli animi. Salendo dalla tetra valle di Giuribrutto vi fermate un istante ammirati “a pie’ della stagliata roccia” perché lo spettacolo che vi si presenta è opera meravigliosa dell’audacia umana che, valendosi d’ogni sporgenza, approfittando d’ogni piega, vi ha addossato tutta una costruzione ciclopica di scale, di corridoi, di gallerie, di abituri, da albergarvi due reggimenti. Ma quando salite quelle scalee e le mine inesplose che vi insidiano ad ogni pie’ sospinto, le masserizie e gli utensili abbandonati vi danno subito l’immagine triste e funerea della rovina e della distruzione. Riusciti fuori poi attraverso i tunnels della trincea della cresta della montagna, eccovi su una piaggia maligna, seminata di pietre ferrigne e di migliaia di schegge di granata o di pallottole di shrapnels. Ferro e porfido, piombo e ghiaia nerastra dappertutto, sotto i raggi di un sole cocente. Nessuna vegetazione in questo regno della morte, se si eccettuano delle chiazze di margheritine bianche di alta montagna, sbocciate in qualche cratere. E si sale ancora continuamente verso la cima più alta della cresta, ove si mantennero sempre germanici o austriaci. Ad un tratto la scena lugubre diventa macabra. Siamo agli avamposti italiani. Nell’ultima trincea giacciono ancora a brandelli alcuni cadaveri. Uno scheletro, a pochi passi, vi sembra ancora un alpino disteso boccone col fucile in atto di sparare. (…) Poco lungi altre ossa divenute bianchissime. Poi altri brandelli, poi cenci impigliati nel reticolato, che contengono ancora le membra scheletriche di chi li portava. Eravamo a pochi passi dalle trincee austriache e l’inesorabile nemico non lasciava tregua per la sepoltura. Ben più grande ancora è il numero dei cadaveri che da questo punto della trincea sporgendosi sull’abisso, sul quale s’apre la parete settentrionale, si scorgono distesi lungo la china. (…) Ma saliamo ancora. Arriviamo così finalmente sulla cima, donde l’occhio domina tutta la fronte dalla Marmolada al Caoriol (Cauriòl). Tutte queste montagne mostrano dappertutto ancora i solchi profondi che la guerra ha scavato fin dentro la loro ossatura, le lacerazioni della loro veste di verzura, gli schianti delle loro foreste. L’alpinista, a cui tutti questi gran massi di dolomia o di porfido erano divenuti famigliari, quasi amici, cui ogni estate si veniva a rendere visita per parlare con loro il puro linguaggio della natura e riposare nel silenzio la mente stanca dei dibattiti umani, sente ora con amarezza che l’incanto è rotto: l’occhio e il pensiero non riposano più (…). Durante la guerra qualcuno profetizzava che, venuta la pace, per naturale reazione, saremo caduti nel sentimentale e come Rousseau, come Chateaubriand, saremo andati erborizzando. Ma ov’è la natura virgiliana in cui rifugiarsi? La natura? Io penso alla tragedia di migliaia di uomini su queste montagne e sento quasi odio contro codesta superbia sprezzante dei nostri destini, contro codesta matrigna fredda e muta che beve impassibilmente colle radici dei suoi boschi i succhi dei nostri morti. (…) Discendiamo per altra via: trincee, reticolati ed ordigni di morte. La cresta va come diroccando in un semianfiteatro che mi ricorda il “luogo è in inferno, detto Malebolge, tutto di pietra di color ferrigno” e là finalmente, dopo aver costeggiato un laghetto silenzioso e cupo, tra i primi segni della vegetazione troviamo una dei tanti cimiteri di alta montagna. Il recinto – quattro assi, le croci in buona parte abbattute dal vento e dalla tormenta, i nomi dei defunti quasi cancellati dalle piogge e, ciò che è più orribile, poiché i sepolti erano coperti da poca terra – non vive zolla amica su queste pietre – le volpi e i tassi hanno frugato entro il terreno e nella notte profonda e scura hanno assolto il fiero pasto, come iene. No, no, basta, esclamai, gettandomi entro il magro bosco di cirmi che incomincia proprio qui a pochi passi, basta con questi spettacoli macabri, e il mio animo mentre discendevo a salti, quasi fuggendo, in cerca dell’abitato, si avvelenava per l’impeto dell’imprecazione.

Diego Leoni, La guerra verticale. Uomini, animali e macchine sul fronte di montagna, Einuadi, 2015, p. 380-382

 

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