Menu Pagine
TwitterRssFacebook
Menu Categorie

Pubblicato da il 20 Mar 2015 in Frammenti | 0 Commenti

Il ricordo del “The burning cemetery” e della ‘guera granda’ nel nord-est (Wu Ming 1)

Il ricordo del “The burning cemetery” e della ‘guera granda’ nel nord-est (Wu Ming 1)

I mostri di oggi e la guera granda

(Prima puntata di un racconto-inchiesta in tre parti)

Un uomo magro, atletico, in maglietta grigia. Capelli corti brizzolati, occhiali dalla montatura nera. Sta in piedi su un crinale. Sotto di lui, lungo un declivio erboso, si stende un cimitero che sta per andare in fiamme. The burning cemetery.

È il 7 agosto 2013 e il sole tramonta su Bocchetta Paù, insellatura nelle Prealpi Vicentine, 1.286 metri sul livello del mare.

Siamo sull’orlo meridionale dell’altopiano di Asiago, o meglio, “dei Sette comuni”. Per tutta la durata della grande guerra, l’altopiano fu prima linea. Quarantuno lunghissimi mesi, quarantuno cimiteri di guerra censiti qui in zona, più di cinquantamila soldati sepolti, ma quello che vediamo è un altro cimitero, il quarantaduesimo, mai censito da nessuno perché non censibile: è apparso qui solo oggi. Le croci bianche sono centoquattro, di compensato. Presto, bruciando, illumineranno la sera.

L’uomo in maglietta grigia è Alberto Peruffo, scrittore, alpinista e performer. Lo circondano amici, fotografi, volontari di Pax Christi. Di fronte, laggiù nella piana, una base militare americana. È la famigerata Nuova Base Dal Molin-Del Din. Contro la sua costruzione, i cittadini di Vicenza han protestato per anni.

Alberto ha organizzato questa performance, un “rito laico di purificazione”, per mettere la politica locale e nazionale di fronte alla sua ignavia, perché queste zone la guerra la conoscono, tra il 1915 e il 1918 subirono l’indescrivibile, e più tardi subirono l’occupazione tedesca.

Guerre di ieri, di oggi e di domani.

Sul prato, un volantino mosso da refoli d’aria:

Il degrado morale di una terra si vede dall’arsura spirituale delle sue genti.

Brucia la memoria sopra la pianura vicentina.

Assetati di pace in territori artificiali di guerra.

L’Italia, ancora una volta, dimentica se stessa.

Remota è l’origine di questa sua dimenticanza.

Un paese che non riconosce gli errori del passato e gioca a dadi con il diritto

ripudia il destino dei suoi uomini migliori.

E di giovani senza nome.

Più tardi, Alberto si aggira tra le croci annerite, nel blu della sera le svelle una a una, e in ciascun buco pianta una margherita. Domattina presto, i viandanti troveranno un prato con centoquattro fiori.

Campioni delle ceneri del camposanto saranno inviati per posta all’ex sindaco di Vicenza Enrico Hullweck, all’attuale sindaco Achille Variati, alla base americana Caserma Carlo Ederle e alla Nuova Base Dal Molin-Del Din.

Nordest.

Queste sono le zone della grande guerra come la vissero gli italiani. La guera granda, nelle parlate venete. Qui c’era il fronte, qui ebbero luogo le grandi mattanze, la ritirata dopo Caporetto, il profugato di massa (oltre seicentomila i civili sfollati) e, infine, la controffensiva. Qui troviamo tutti i luoghi simbolo e i nomi che campeggiano sulle targhe di vie e piazze d’Italia.

C’è il monte Grappa, contro cui nel 1918 “s’infranse il nemico / che all’Italia tendeva lo sguardo. / Non si passa un cotal baluardo / affidato ad italici cuor”.

C’è Vittorio Veneto, nome dell’ultima grande battaglia, della sconfitta austriaca, della riscossa nazionale.

C’è il Piave che fu visto “rigonfiar le sponde, / e come i fanti combatteron l’onde. / Rosso di sangue del nemico altero, / il Piave comandò: ‘Indietro va’, straniero!’”.

Come ha ricordato Paolo Rumiz, prima della guerra si diceva “la Piave”, ma il fiume dell’eroismo nazionale non poteva essere femminuccia. Oggi è maschio e inquinatissimo e scorre in un alveo molto più stretto di allora, tra argini erosi dalle escavazioni di ghiaia… ma è più facile dar tutte le colpe alle nutrie e alle loro tane.

Il Veneto fu scoperto dal resto d’Italia proprio durante la guerra. Scrive lo storico Mario Isnenghi:

Nelle lettere dei soldati a casa […], nei taccuini e diari degli ufficiali si trovano nominati snodi ferroviari come Mestre e luoghi veneti che segnano la penetrazione in zona di guerra e l’avvicinamento alla linea del fuoco. Un’infinità di nomi qualunque, in attesa che le vicende del conflitto rendano protagonisti il Piave e il Grappa, sul finire, come lo furono Trento e Trieste sul cominciare.

Spostandoci più a nord e più a est troviamo l’altopiano del Carso, il fiume Isonzo, Gorizia la “maledetta” e, scendendo verso il mare, Trieste, la Trieste da tempo “redenta”, dove fu impiccato l’eroe “italianissimo” Guglielmo Oberdan, che in realtà si chiamava Wilhelm Oberdank. Nel settembre 1882 cercò di uccidere Franz Joseph, ma fu scoperto ben prima di attuare il piano, condannato a morte e giustiziato. Centinaia di vie e piazze d’Italia hanno il suo nome.

Di là dall’attuale confine con la Slovenia ecco l’alta valle dell’Isonzo, e Tolmino, e soprattutto Caporetto, o meglio Kobarid, il luogo della “rotta”, di quella disfatta che nel 1917 fece vacillare l’idea stessa di Italia. La rotta di Caporetto è un fantasma che ancora ossessiona l’immaginario nazionale, nascosto in un banale modo di dire.

Com’è andato l’esame di storia?”.

Una Caporetto”.

E la partita di calcetto?”.

Una Caporetto pure quella”.

Quanti uomini sono morti, in queste zone, poco meno di cent’anni fa?

Quasi mezzo milione. Dalle immediate retrovie nella piana veneta fino a Kobarid (e oltre) è un’inimmaginabile distesa di cimiteri di guerra, sacrari, ossari, mausolei, monumenti.

E trincee, oggi restaurate per il centenario, per portarci i turisti e le scolaresche.

Spostiamoci fino all’altro cantone di nordest, fino a Trento, anch’essa “redenta”, la Trento dell’eroe italianissimo Cesare Battisti.

Trento, che è lontanissima e diversissima da Trieste ma molti italiani credono siano vicine, per via di quel binomio allitterativo: “Trento e Trieste”. Il poeta Umberto Saba lo descrisse come le “diastole e sistole” del battito cardiaco, ma tra diastole e sistole corrono trecento chilometri in linea d’aria. Linea d’aria che, se volessimo farla esistere sul terreno, dovremmo perforare parecchie montagne.

Di dove sei?”.

Di Trieste”.

Davvero? Sai che io ho una cugina a Trento?”.

“…”.

Più a nord, ecco Bolzano, che non era “irredenta” né italiana, ma già che ci siamo prendiamocela. La Bolzano del monumento alla Vittoria che sbatte in faccia la conquista ai germanofoni e sembra trattarli da zotici:

Hinc ceteros excoluimus lingua legibus artibus.

Da qui educammo gli altri nella lingua, nelle leggi, nelle arti.

(…)

in Internazionale, 16 marzo 2015

http://www.internazionale.it/reportage/2015/03/16/wu-ming-nordest-inchiesta-fantasmi-asburgici

 

 

 

 

 

Pubblica un Risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *