Menu Pagine
TwitterRssFacebook
Menu Categorie

Pubblicato da il 29 Ott 2021 in Attività | 0 Commenti

Il “sacrificio” 1. Per il 4 novembre 2021: la strumentalizzazione delle donne-madri (M. Mazzetto)

Il “sacrificio” 1. Per il 4 novembre 2021: la strumentalizzazione delle donne-madri (M. Mazzetto)

Il 14 ottobre 2021 è uscito nella prima pagina dedicata alla cultura (Agorà) da parte del quotidiano cattolico Avvenire un articolo, firmato da Vincenzo Grienti, intitolato “Milite Ignoto, culto o memoria?”.

Il 4 novembre, ormai vicino, si salda quest’anno con la ricorrenza del 28 ottobre, data dell’anno, il 1921, in cui fu scelto il Milite Ignoto.

 

Riporto qui la prima parte dell’articolo:

“Quando il suono delle campane della millenaria basilica di Aquileia ruppe il silenzio della città friulana donne, bambini, reduci e soldati compresero che quel 28 ottobre 1921 sarebbe diventato un giorno memorabile. Delle undici salme dei soldati ignoti giunti da Gorizia, una sola sarebbe stata tumulata a Roma, al Vittoriano, il successivo 4 novembre. A sceglierla fu la mano di una donna. Una madre: Maria Bergamas, di Gradisca d’Isonzo. Il figlio Antonio era un sottotenente del Regio Esercito arruolato nelle file italiane sotto falso nome essendo suddito austroungarico. Era caduto in combattimento nel 1916. Una storia che resta incisa nel tessuto culturale e sociale dell’Italia negli anni seguenti e che viene ricordata cento anni dopo nel convegno di studi storici “Il Milite Ignoto. Sacrificio del cittadino in armi per il bene della Nazione” promosso dallo Stato Maggiore della Difesa ieri e oggi presso la Scuola Allievi Ufficiali dei Carabinieri di Roma. «Storicamente, l’esigenza di tributare un omaggio ai soldati caduti e mai identificati ha radici lontanissime – spiega lo storico militare Gastone Breccia ad “Avvenire” –. In fondo la restituzione del corpo di Ettore al padre è un modo per impedire che l’eroe troiano rimanga missing in action, un disperso in combattimento – aggiunge – ma è diventata politicamente rilevante grazie a due fatti fondamentali: primo, l’affermarsi di eserciti composti da cittadini-soldati, soprattutto dalla rivoluzione americana in poi. Soldati, dunque, che sono anche parte dell’opinione pubblica e del corpo elettorale, il cui valore come individui non può mai essere dimenticato da chi li manda a rischiare la vita per il bene comune; secondo, le caratteristiche della titanica “guerra d’attrito” industriale, che a partire dal 1914 ha iniziato letteralmente a disintegrare migliaia di corpi, cancellandoli dal campo di battaglia. L’omaggio postumo al soldato senza nome, inizialmente concepito come forma di consolazione per chi ne deve sopportare la perdita – prosegue il professore dell’Università di Pavia che con la sua prolusione ha aperto il convegno – diventa però un potente simbolo di coesione sociale e nazionale in un momento storico di grandi rivolgimenti politici. Francia e impero britannico inaugurano i loro monumenti l’11 novembre 1920, l’Italia il 4 novembre 1921, gli Stati Uniti una settimana dopo: in un mondo sconvolto dagli effetti della Grande Guerra, richiamarsi al sacrificio “supremo” di chi ha dato la vita per Dio, la patria e la famiglia, secondo la propaganda di tutti i belligeranti, assume un chiaro significato di riaffermazione e difesa di quei valori messi in pericolo da forze nuove». Retorica e valori che all’epoca rinfocolarono i nazionalismi e spinsero verso una stagione di dittature e nuove violenze.

Perché allora, alla vigilia del centenario, oggi dovrebbe essere importante riappropriarsi di un simbolo legato a ciò che Benedetto XV definì una “inutile strage”? «Le do una risposta molto personale – risponde Breccia –. Sono pessimista sul futuro non solo del nostro paese, ma del nostro mondo. Credo ci aspettino tempi difficili: non necessariamente un grande conflitto convenzionale, ma qualcosa che metterà in crisi un modello di vita che pensavamo fosse ormai consolidato. Ci sarà bisogno di spirito di sacrificio; sarà necessario condividere l’idea di un bene comune da perseguire anche a scapito della propria individualità. Il messaggio più sublime che possa venire dalla tomba del milite ignoto – sostiene Breccia – una volta che ci si sia lasciati alle spalle tutta la vecchia retorica sul “degno figlio di una stirpe prode”, è proprio questo: un secolo fa ci sono stati giovani capaci di sopportare condizioni estreme, e di esporsi al pericolo fino ad affrontare la morte, pur sapendo che il loro contributo personale era poco più di una goccia in un mare in tempesta. Il sacrificio non come affermazione del proprio ego, dunque, ma come consapevole rinuncia ad esso in nome di uno sforzo collettivo e condiviso. È questo che rende l’uomo degno per sempre di memoria, anche se ha perso il suo nome. L’iscrizione del sacrario di Westminster è chiusa da queste parole: They buried him among the kings because he had done good toward God and toward his house: “Lo hanno seppellito tra i re perché ha ben meritato verso Dio e verso la sua casa”».

Qui troviamo, ancora una volta, la parola parola-chiave della retorica militarista e bellicista, che si sposa, allora come oggi, con il nazionalismo, duro a morire: “sacrificio”. Vi è il “sacrificio” dei soldati, obbedienti agli ordini, e il “sacrifico” delle madri, che hanno offerto alla Patria, o, meglio, al nazionalismo, che non coincide con l’amore della patria, (e che si commuovono, nella loro sofferenza, e commuovono tutti; più dei padri, che  quasi spariscono, ed anche questo meriterebbe alcune considerazioni e delle riflessioni). Come avvertiva, nella presentazione dell’articolo, lo stesso “Avvenire”: “L’omaggio a una delle vittime del conflitto più sanguinoso della storia divenne simbolo di coesione nazionale ma anche di sentimenti nazionalisti”.

 

Vale la pena leggere pure Il seguito dell’articolo:

“Una memoria legata anche alle donne come Maria Bergamas. «Il contributo femminile alla guerra si configura essenzialmente come opera di assistenza civile sia nelle grandi città sia nei piccoli comuni in un paese in cui non esisteva l’assistenza pubblica e non c’era nessun sistema di protezione per le fasce deboli della popolazione – spiega la storica Anna Maria Isastia, già docente alla Sapienza di Roma –. Le donne hanno sostituito gli uomini al fronte nelle campagne e nelle fabbriche, negli uffici e nel terziario. Si sono viste portalettere e tramviere. Il fronte interno ha retto tre anni di guerra grazie alla mobilitazione femminile. Non dimentichiamo poi le donne in prima linea: dottoresse, infermiere e le celebri “portatrici carniche”». Le donne italiane che avevano perso un congiunto «poterono piangere in quello sconosciuto soldato il proprio figlio, o marito o padre o fratello – aggiunge Isastia –. Il viaggio che portò a Roma il Milite ignoto si trasformò in un funerale di massa e ogni donna ebbe l’illusione di piangere il proprio caro». Il viaggio del Milite Ignoto si compì sulla linea Aquileia- Venezia Bologna-Firenze- Roma a velocità moderatissima in modo che in ogni stazione la popolazione avrebbe potuto onorare il caduto in memoria dei propri cari. «La Grande Guerra per le sue intrinseche caratteristiche fu una gigantesca “battaglia di attrito” in cui le Nazioni consumarono le loro energie secondo la terribile logica del logoramento – spiega il Generale Ispettore Capo dell’Aeronautica Militare Basilio Di Martino, tra i più importanti storici militari a livello internazionale –. È questo il significato ultimo dell’espressione “battaglie di materiali”, un’espressione che sottintende un costo altissimo in termini di vite umane facendo della Grande Guerra il conflitto più sanguinoso della storia e un’esperienza epocale destinata a imprimersi in modo indelebile nell’immaginario collettivo. È questo il significato ultimo del fare memoria del Milite Ignoto, ricordare quei sacrifici e ricordare quanti vissero, patirono e morirono in obbedienza al comandamento del dovere verso la collettività. Ricordare il Milite Ignoto – aggiunge Di Martino – significa quindi riscoprire la comunità ideale di cui si fa parte, e nel nostro caso, nel caso di noi italiani. Ricordare il Milite Ignoto significa rafforzare l’impalcatura ideale che sorregge la struttura della nostra comunità nazionale, sottolinearne l’identità e alimentare il senso di appartenenza». Al convegno, spiega il Capitano di Vascello Michele Spezzano, Capo dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore della Difesa «si alterneranno numerosi studiosi appartenenti al mondo militare e accademico per rispondere, nelle distinte sessioni, a molti quesiti quali: perché la Grande Guerra provocò tante vittime a differenza dei conflitti precedenti; come era costituita la società italiana partita per il fronte; l’attenzione sul culto dei Caduti in Italia quale elemento centrale dei riti laici delle nazioni uscite dalla guerra e come il Milite Ignoto viene celebrato in alcuni paesi alleati».

Tutto concorre, attraverso il “sacrificio”, a cementare un’ unità nazionale che richiede la morte dei propri figli e, dunque, la struttura militare di difesa della Patria.

 

Il riquadro nella pagina presentava così il Convegno cui l’articolo faceva riferimento:

“Il convegno, organizzato in collaborazione con il Commissariato generale onoranze ai caduti, aperto ieri dal Capo di Stato Maggiore della Difesa, Generale di Squadra Aerea Enzo Vecciarelli, si sviluppa in quattro sessioni e 23 interventi. Oggi, 14 ottobre, il colonnello Fabrizio Giardini, Capo Ufficio storico dello Stato maggiore dell’Esercito, interviene su “La storia e le aspirazioni dei combattenti nella Grande Guerra attraverso i loro epistolari”. Della vittoria e delle imprese della Regia Marina parlerà il capitano di vascello Gianluca De Meis, Capo Ufficio storico della Marina militare, che si soffermerà sul “coinvolgimento del personale civile e richiamato”. Il colonnello Gerardo Cervone, Capo Ufficio storico dell’Aeronautica militare, rifletterà su “L’uomo aviatore. Una nuova figura di combattente”. L’impegno dei Carabinieri verrà trattato dal Generale di Brigata Antonino Neosi, Direttore della Direzione dei Beni Storici e Documentali del Comando Generale dell’Arma, mentre il Generale di Brigata Marcello Ravaioli ricorderà il “sacrificio delle fiamme gialle”.

Tutti meritevoli, e compianti, per il loro “sacrificio”.

 

 

Maurizio Mazzetto

 

 

 

 

 

 

Pubblica un Risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *