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Pubblicato da il 31 Lug 2018 in Storia | 0 Commenti

Il sangue dei terroni (P. Aprile)

Il sangue dei terroni (P. Aprile)

Megghiu puorcu ca surdatu”, meglio porco che soldato con i Savoia, giuravano in Sicilia, dove, con l’arrivo dei piemontesi, giunse anche l’obbligo della leva, che portava via le braccia più giovani e forti dai campi (quindi miseria), per anni. Per i siciliani fu una specie di stupro, perché uno dei vantaggi delle limitata autonomia che avevano con i Borbone e persero del tutto con i Savoia, era l’esenzione del servizio militare. Su 72.000 chiamati a fare il soldato, dalle nuove autorità sabaude, 50.0000 si dettero alla macchia e andarono a rinfoltire le formazioni brigantesche e guerrigliere. (…).

La grande guerra fu l’ultima occasione per spegnere i furori latenti dei meridionali, facendoli ammazzare dagli austriaci; con il doppio risultato di levarne di mezzo un bel po’, e di annaffiare, con tutto qual sangue, il loro scialbo sentimento nazionale, con la coesione costruita nelle trincee, l’orgoglio per gli atti di eroismo, le vittorie. (…).

E non è una speculazione intellettuale, uno schizzetto di sociologia contro le invitte bandiere della grande guerra. È un fatto (a parte che eravamo riusciti a perdere, in pratica anche quella. Poi, il napoletano Armando Diaz prende la giuda delle operazioni, al posto del sabaudo Luigi Cadorna, e dalla rotta di Caporetto arriviamo al trionfo di Vittorio Veneto. In realtà, l’Austria era già stata sconfitta sugli altri fronti, la guerra l’aveva ormai persa. Eravamo noi, come ottimamente spiega Del Boca, a far di tutto per evitare di vincerla).

Cosa l’Italia pensa degli italiani, per tornare alle classificazioni, lo dicono le statistiche dei morti in guerra. Un racconto terribile e affascinante del modo in cui erano trattati i nostri soldati, specie se meridionali, in un esercito specchio della società e ferocemente classista, è quello di Emilio Lussu, Un anno sull’Altipiano, da cui Francesco Rosi trarrà il memorabile film Uomini contro.

La Sardegna fu acquistata dai Savoia nel 1720, con un trattato internazionale. E venne ridotta a colonia, spogliata di tutte le sue risorse, a vantaggio dei padroni di terraferma, tanto da essere chiamata “la fattoria del Piemonte”. Nel 1861, quando viene unificata l’Italia, l’isola, pur ricchissima di minerali e potenzialità economiche, non ha un metro di ferrovia, ha, in pratica, una sola strada, non un cantiere navale, pur essendo un’isola, ha la più bassa produzione agricola e la più altra percentuale di analfabeti. Ma i sardi sanno morire bene, perché hanno carattere. E si riconosce loro un onore unico: costituirsi in una struttura militare territoriale (ovvero composta da soldati che vengono tutti dalla stessa zona), la brigata Sassari, subito famosa per il suo valore. La vera ragione della sua efficienza militare era sopratutto nel fatto che si trovavano a combattere insieme parenti stretti, conoscenti dello stesso paese. Insomma, ognuno tutelava la vita di amici e familiari. Lussu fu un leggendario capitano di brigata.

Ma quando si sgombra il campo dei racconti di gloria, delle medaglie e degli eroi,e si va al dunque, al camposanto, la verità che viene fuori narra un’altra storia, o la fregatura di sempre: a morire più di tutti furono i sardi, poi i terroni dell’ex Regno delle Due Sicilie, poi i settentrionali (che avevano anche il maggior numero di esentati e, se tanto mi da tanto, di imboscati. Del Boca fornisce dei dati. Da lui apprendo una cosa che non sapevo: la percentuale dei lucani morti in guerra supererebbe anche quella dei sardi). Come dire che il Sud, isole comprese, andava a prendere le pallottole, e gli altri, passando sui loro cadaveri, le medaglie.

E quando ci si ribellò, fu la decimazione. Il colonnello Attilio Thermes la ordinò contro la la divisione Catanzaro; ma nessuna norma consentiva quella barbarie. Il comandante in capo, generale Cadorna, emise la norma dopo che la decimazione era avvenuta e premiò Thermes con un encomio: il primo da lui dato.

Pino Aprile, Prefazione a Lorenzo Del Boca, Il sangue dei terroni, Piemme 2016, p. 5-9

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