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Pubblicato da il 17 mar 2016 in Obiettori | 0 Commenti

Il “signornò” che continua (Wu Ming I)

Il “signornò” che continua (Wu Ming I)

 

Insubordinazione e diserzione erano gli incubi dell’alto comando, et pour cause. Durante la guerra si svolsero ben 162.563 processi militari ad accusati di diserzione. Di questi, 101.685 furono riconosciuti colpevoli. Le condanne furono 4028, di cui 2967 emesse in contumacia. Quasi un decimo dei mobilitati subì indagini disciplinari. Dall’aprile del 1917 la pena di morte scattò per qualunque soldato tardasse di tre giorni nel rientrare dalla licenza.

Questi sono numeri record. Gli storici che hanno tentato raffronti non hanno riscontrato nulla di tali proporzioni negli altri eserciti, alleati o nemici che fossero.

Si è calcolato che nell’ottobre del 1917, alla vigilia di Caporetto, fossero latitanti più di 100mila tra disertori e renitenti alla leva, nascosti nel paese o espatriati.

Ce ne sono tante, di storie rimaste sepolte cent’anni, di vicende irrisolte. Con l’anniversario riaffiorano, sbucano dal terreno e fanno nascere comitati, scrivere appelli e petizioni, mettere in scena spettacoli, scoppiare polemiche, cambiare targhe e lapidi, adire le vie legali.

L’insubordinazione – vera o presunta – dei nostri bisnonni torna a bruciare, a fare domande, forse perché nell’Italia di oggi il racconto dominante è da tempo tornato quello del “leader” (colui che guida, che conduce, dunque traduzione perfetta di dux), dell’uomo-solo-al-comando, dell’uomo della provvidenza di turno, di colui che se ne frega dei dissensi e tira diritto.

Come sempre, molti s’intruppano, gregge pavido e rabbioso, dietro i generalissimi, altri voltano le spalle, spuntano per terra e coltivano un rifiuto, un desiderio che ancora non dire il proprio nome e si esprime in modo poco leggibili. Un desiderio di renitenza, di diserzione, di “signornò”.

Wu Ming I, Cent’anni a Nordest, Rizzoli, 2015, p. 174-176

 

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