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Pubblicato da il 27 Set 2018 in Chiesa | 0 Commenti

Il vescovo di Trapani Francesco Maria Raiti, “antipatriottico” (M. Roncalli)

Il centenario della prima guerra mondiale ha offerto non poche occasioni di approfondimento su figure e pronunce, che intervenendo sulle vicende belliche, hanno segnato biografie personali e capitoli di una storia locale da non perdere. Soprattutto quanto pertinente alla sfera religiosa nella sua commistione con la cultura della guerra, è stato oggetto di studi spesso obbligati a registrare approcci diversi in un tempo in cui religione e nazionalismo vissero in simbiosi e si pretese dalla Chiesa fedeltà alla patria. Tutto questo non solo nella frantumazione dell’antica riflessione cristiana su pace e guerra, ma nella progressiva tendenza (anche in Italia, bel clero e tra i cattolici) a legittimare la violenza bellica, a giustificarla in termini religiosi, persino a sacralizzarla. Questo lontano dall’insegnamento di Benedetto XV e dai suoi appelli: destinati però ai governi non ai fedeli, tesi ad aprire negoziati non a sciogliere la coscienza dei credenti dall’obbedienza alle autorità.

In questo contesto diventa interessante il tassello portato all’ampio mosaico da un vescovo del nostro Sud al quale è dedicato il secondo dei “Quaderni per la storia della Chiesa di Trapani”: Oltre l’inutile strage. Il vescovo Raiti, Trapani e la grande guerra, curato dal suo successore Pietro Maria Fragnelli (Il Pozzo di Giacobbe, pp. 102, euro 10).

Originario di Linguaglossa nel catanese, carmelitano, pastore di Trapani dal 1906 alla morte nel 1932, Francesco Maria Raiti, appartiene a quello sparuto gruppo di ecclesiastici e intellettuali cattolici che pubblicamente unirono la loro voce a quella di papa Dalla Chiesa. Una voce, quella del vescovo, alzatasi soprattutto attraverso la lettera pastorale del 1915 Perché si abbia la pace. Un testo di rara sintonia con la condanna della carneficina fatta da Benedetto XV, così da preoccupare le autorità perché troppo “antipatriottico”.

Un testo dimenticato, ora al centro di questa pubblicazione commentato da Filippo Burgarella e sulla quale la Chiesa trapanese è recentemente tornata a riflettere in un convegno (con padre Giovanni Grosso e Salvatore Costanza), prendendo atto di un monito che, pur in diversi contesti, anche nel linguaggio risulta ancora efficace: l’allerta contro l’“immane bufera”, l’inumana, “bestiale guerra”…

Per far comprendere lo spessore di questi parole, basterà far notare, come ha fatto il biografo Gaetano Zito, che Raiti, pur legato alla consueta concezione della guerra come castigo divino, sin dalle ultime giornate di Pio X già il 14 agosto 1914, aveva indetto una giornata di riflessione invitando la diocesi alla preghiera “per impetrare la sospirata pace tra le nazioni” e “allontanare il terribile flagello che ci minaccia”. Ed eccolo alla vigila di Natale di quell’anno disporre ogni domenica in tutte le parrocchie la preghiera secondo l’intenzione papale per “scongiurare dalla patria nostra il pericolo del flagello di Dio”.

Quanto basta insomma per capire il contesto in cui era maturata la lettera Perché si abbia la pace e la caratura del suo estensore. Non è tutto. Il “Quaderno”, oltre alla testimonianza di Raiti, ospita un intervento dell’arcivescovo Santo Marcianò, ordinario militare per l’Italia, sul processo di maturazione verso la pace attraverso la presa di coscienza di pagine tra le più dolorose della Grande Guerra, come quelle degli italiani fucilati dai commilitoni. Un tema sul quale si è riacceso l’interesse di storici e politici dopo un’inchiesta pubblicata da Avvenire. Pagine tutte da rileggere nell’ottica della giustizia e del perdono, cioè della pace.

Marco Roncalli, Il vescovo Raiti, “antipatriottico” perché come Benedetto XV contro l’ “inutile strage”, in Avvenire, 3 maggio 2017, p. 23

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