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Pubblicato da il 17 Nov 2016 in Storia | 0 Commenti

In guerra: tra film di propaganda, fabbriche di armi e bordelli a volontà (E. Franzina)

In guerra: tra film di propaganda, fabbriche di armi e bordelli a volontà (E. Franzina)

 

Andai anche al cinema, non quello delle case del soldato però, a vedere un paio di film. Uno, intitolato Maciste Alpino, era uscito appena allora e venne introdotto, come usava, da immagini preconfezionate sulla vita al fronte. Non erano dissimili né migliori di quelle divulgate dalla “Domenica del Corriere” e da tanti articoli dei giornalisti italiani dai nomi altisonanti e dalla lingua lunga, tipo Barzini o Fraccaroli, che raggiungevano con regolarità anche i poveri lettori ignari al di là dell’oceano. I corrispondenti di guerra, mediamente, davano a noi soldati la sgradevole impressione d’inventarsi molte cose o di spararle almeno troppo grosse, sapendo, per lo più, di mentire. Anche Maciste Alpino, da questo punto di vista, non scherzava né mi parve di distinguesse gran che dal resto della propaganda patriottica orchestrata, con ogni probabilità, dall’alto, ma per lo meno con le sue scenette scherzose, dove il sangue e la morte non facevano mai la loro comparsa, era in grado di regalare attimi preziosi di distrazione e di svago. Assai meno mi convinse, ma c’era da aspettarselo, una altra pellicola d’un certo Vincenzo Troncone che già dal titolo (Latin sangue gentile o Chi per la patria muor) lasciava presagire il peggio. Usciii a metà della pur breve proiezione e mi rifugiai a bere marsala in un caffè. Fu lì che venni raggiunto dai due lumbard che non avevo scorto in sala ma che erano scappati fuori anche loro, stomacati, dallo stesso cinematografo. Subito si misero a commentare, in piena sintonia con me, le pellicole che avevamo visto. Poi, però, cominciarono a farmi una testa così parlandomi non già della guerra – erano anch’essi in stato di grazia da licenza e ormai lontani dal Carso ma, beati loro, in procinto di fare ritorno all’indomani nella propria città per tre giorni – bensì appunto di Brescia, la leonessa del Risorgimento che, si vantarono, sembrava essere lei, adesso, la vera capitale, quanto meno industriale, della guerra d’Italia, zeppa com’era di operai e di opifici in funzione giorno e notte a pieno regine. Siccome a casa loro, di fabbriche e industrie a parte, non se la sarebbero sentita di farla, stavano progettando di compiere una capatina, verso sera dopo essere stati in trattoria, in un rinomato bordello militare e mi diedero anzi appuntamento a cena per allora visto che fra noi avevamo istintivamente legato. Non ebbi il coraggio di dire di no e m’incamminai di nuovo, da solo, per le strade di Udine dove in effetti stordivano e stupivano, specialmente i soldati in libera uscita, il via vai e il numero spropositato di donne e ragazze dedite alla prostituzione che vi si trovavano a passeggiare. Perché così fosse si capiva abbastanza facilmente visto che anche i negozi e gli altri esercizi cittadini rigurgitavano di clienti e facevano ogni giorno che dio comandava in terra affari d’oro; a ognuno, pensai, il suo commercio, ma per il momento mi astenni dall’approfondire, come avevo del resto già fatto a Portogruaro resistendo da prode di entrare in un postribolo misto, di soldati e ufficiali, che godeva d’ottima fama in quanto regolamentato e controllato a dovere dai medici della III Armata. Come sarebbe stato quello in cui i due bresciani intendevano portarmi non lo sapevo, ma venne l’ora, dopo un frettoloso passaggio per la bettola alla buona in cui eravamo andati a mangiare, di scoprirlo.

Emilio Franzina, La storia (quasi) vera del milite ignoto, Donzelli, 2014, p. 88-90

 

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