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Pubblicato da il 17 mar 2018 in Letture | 0 Commenti

La guerra congelata (E. Camanni)

La guerra congelata (E. Camanni)

 

 

Venerdì 13 dicembre, il “venerdì bianco”, morirono sul fronte alpino diecimila soldati, sulla Marmolada una valanga travolse cinquecento uomini e trecento soffocarono sotto la neve. La Strada delle Dolomiti fu interrotta da un’enorme valanga e per riaprirla gli alpini dovettero scavare una trincea alta più di quindici metri.

Dopo tre giorni il maltempo concesse una tregua, ma il 17 riprese a soffiare la tormenta e la neve andò avanti per altre due settimane, cinque sei metri, una delle nevicate più straordinarie del secolo. Ognuno rimasse inchiodato nella sua baracca cercando di rinforzare in qualche modo le assi del tetto e delle pareti per resistere alle zampate delle valanghe. Gli alpini e i cacciatori bloccati sulla montagna temporeggiavano nelle loro tane, dormivano a turni come in battaglia, sussultavano a ogni fruscio di slavina con l’incubo di restare soffocati nel sonno. Chi non si era preparato a resistere a lungo restò presto senza mangiare, altri rimasero senza legna, mancò l’illuminazione, crollarono i cavi delle teleferiche e delle linee telefoniche, i rifugi si trovarono isolati e ognuno dovette badare a se stesso. Certe notti il vento urlava così forte che non si riusciva a mettere la testa fuori dalle baracche, anche se mancava l’aria e la fuliggine dei lumi incrostava la pelle di nero, fin sotto gli strati degli indumenti. Non ci si poteva muovere e non ci si poteva lavare; dopo due settimane di resistenza, i soldati sopravvissuti assomigliavano a maschere africane con gli occhi itterici.

A parte il mangiare il dormire e le interminabili partite a carte, c’era una sola distrazione: spalare la neve. I soldati facevano a gara per spalare, perché spalare significava scaldarsi le ossa, non pensare a niente, sentirsi vivi, far propria un’illusione di cambiamento. In quella spaventosa apatia bianca che era scesa sulla montagna spalare la neve era l’unico modo di esistere, così, dove d’estate erano nate città sotto la roccia, d’inverno si scavarono città di neve e di ghiaccio.

Dopo alcune settimane molti uomini erano crollati ammalati e assiderati. L’alimentazione povera di vitamine e l’acqua di fusione carente di sali li avevano indeboliti un poco alla volta, e ora non resistevano al freddo polare. Con il gelo le bronchiti degeneravano facilmente in polmoniti e anche una banale tonsillite portava danni irreparabili sui fisici debilitati e sugli spiriti depressi. I medici non avevano medicine e potevano fare ben poco per i ragazzi: erano impotenti come tutti, specie contro l’angoscia della solitudine. Intanto nevicava, e finché la neve non si fosse assestata non c’era modo di far scendere all’ospedale i malati gravi che in fondo al cuore sapevano già di essere condannati. I morti venivano seppelliti direttamente nella neve a fianco delle trincee, e così le baracche si svuotavano sebbene i fucili tacessero ormai da settimane e la guerra sembrasse congelata come le persone.

Enrico Camanni, La guerra di Joseph, Vivalda, 1998, p. 139-141

(* foto di Maurizio Mazzetto)

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