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Pubblicato da il 16 Lug 2014 in Frammenti | 0 Commenti

LA GUERRA E GLI SCRITTORI: la trincea della rinascita (A. Zaccuri)

Nelle trincee della Grande Guerra morirono gli scrittori e nacque una nuova letteratura. A Villeroy, nei primi giorni della battaglia della Marna, cadde Charles Péguy, testimone insuperato di un cristianesimo dolce e visionario. Era il 5 settembre 1914 e la carneficina era appena all’inizio. Meno di un anno dopo, il 20 luglio 1915, sul Podgora moriva il cesenate Renato Serra, il cui Esame di coscienza di un letterato rappresentava il bilancio e insieme il progetto di una generazione. Serra era del 1884, di quattro anni più anziano di Giuseppe Ungaretti, che in quegli stessi mesi prestava servizio sul Carso. Lì, tra il fumo dei mortai e il bagliore dei traccianti, nacquero le poesie del Porto sepolto, apparse per la prima volta nel 1916 in un’edizione di sole 80 copie realizzata da una tipografia di Udine.
Era in quelle pagine, vergate e stampate nelle pause dei combattimenti, che la letteratura del nuovo secolo rivelava tutta la sua necessità, la sua irriducibilità ai modelli del passato. Quelle che fino ad allora era sembrate sperimentazioni e provocazioni – la frantumazione delle forme tradizionali, la pratica del verso libero, perfino le “parolibere” futuriste – diventavano le sole modalità possibili per descrivere l’indescrivibile di una guerra che, a sua volta, cancellava ogni precedente convenzione. Emblematica, fra tante, la vicenda di Clemente Rebora, che dal Podgora tornò stravolto dall’esaurimento nervoso. Nel dicembre del 1915 un colpo d’obice era esploso a poca distanza da lui, provocandogli un trauma che avrebbe cambiato per sempre la sua poesia e la sua vita. Dopo una clamorosa conversione, nel 1936 Rebora divenne sacerdote rosminiano, facendo dei propri versi qualcosa di straordinariamente simile alla preghiera. O, meglio, un «canto spezzato» al quale solamente la preghiera avrebbe saputo restituire voce.
Anche se nel nostro Paese non si è sviluppato un filone paragonabile alla war poetry inglese (Wilfred Owen è ancora oggi il modello del poeta-soldato), il regesto dei poeti italiani che, coinvolti nel conflitto, hanno testimoniato la loro esperienza è molto ampio e non di rado sorprendente. La campionatura più accerditata rimane quella allestita nel lontano 1998 dal critico Andrea Cortellessa in un’antologia (Le notti chiare erano tutte un’alba, Bruno Mondadori) in cui figurano, tra gli altri, Eugenio Montale e Carlo Betocchi, Biagio Marin e un imprevedibile Curzio Malaparte. È proprio il “maledetto toscano”, del resto, a firmare la memorabile requisitoria di Viva Caporetto!, originariamente apparsa nel 1921 con il titolo “scandaloso” La rivolta dei santi maledetti: un elogio del fante sofferente, vittima sacrificale nel fango delle trincee alla quale si contrapone l’ignavia degli alti comandi. Sono capi d’accusa che si ripetono in altri testi classici come Un anno sull’Altipiano di Emilio Lussu (1938) e, in misura minore, in Con me e con gli alpini di Piero Jahier (1920).
A scrivere il grande romanzo della guerra non fu comunque un italiano, ma lo statunitense Ernest Hemingway, che con il capolavoro Addio alle armi (1929) fissò il canone di un genere, mentre toccò a un inglese nato in Italia e inquadrato nel contingente canadese, Humphrey Cobb, redigere il severo atto d’accusa di Orizzonti di gloria. Uscito nel 1935 e appena riproposto da Castelvecchi nella traduzione di Grazia Proietti (pagine 248, euro 16,50), è il libro al quale il regista Stanley Kubrick si ispirò per l’omonimo film del 1957, nel quale Kirk Douglas interpreta l’avvocato militare incaricato di difendere un gruppo di uomini ingiustamente accusati di tradimento. Una vicenda simile, ma in un clima più allucinato e consapevole sul piano stilistico, era stata rievocata dal poeta americano e.e. cummings nel romanzo La stanza enorme (1922), che si guadagnò l’ammirazione dello stesso Hemingway.
Anche in letteratura, dunque, quella del ’14-’18 è una “guerra sporca”, che esige il ripensamento dei vincitori non meno che dei vinti. Se dal versante degli Alleati ci si sposta su quello degli ormai devastati Imperi centrali, il panorama rimane pressoché immutato. La scena è occupata dall’eroismo involontario dei soldati semplici, come accade nel celeberrimo Niente di nuovo sul fronte occidentale del tedesco Eric Maria Remarque (1929) e, con maggior accentuazione grottesca, nell’epopea del Buon soldato Sc’veik, composta dal ceco Jaroslav Hašek tra il 1921 e il 1923 e poi illustrata da George Grosz.
Parente neppure troppo alla lontana dell’inconsapevole Sc’veik, sorta di idiota dostoevskijano precipitato nel caos del conflitto e più ancora dei regolamenti militari, è l’analfabeta Piotr Niewiadomski, il «fantaccino paziente» protagonista di una delle più interessanti riscoperte di questo periodo, e cioè Il sale della terra del galiziano Józef Wittlin, ebreo per discendenza familiare e polacco per espressione linguistica. Ormai introvabile, il romanzo, uscito nel 1935 e concepito come primo di una trilogia, torna da Marsilio a cura di Silvano De Fanti (pagine 398, euro 23). A dispetto di ogni retorica, la legge alla quale il povero Niewiadomski deve imparare a sottomettersi è una sola: obbedire e basta, per evitare le conseguenze in cui si incapperebbe in seguito alla disobbedienza. Come ricorda De Fanti nella sua puntuale introduzione, Wittlin attraversò l’esperienza della guerra rafforzando sempre di più le sue convinzioni di pacifista e avvicinandosi con convinzione crescente alla figura e al messaggio di san Francesco d’Assisi.

Alessandro Zaccuri
(Avvenire, 19 aprile 2014, p. 22)

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