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Pubblicato da il 10 Ago 2015 in Letture | 0 Commenti

“La guerra è il più grande crimine” (E. Koppen)

“La guerra è il più grande crimine” (E. Koppen)

 

Reisiger, quando viene trovato e portato al Comando generale, poiché dichiara di ritenere la guerra il peggiore di tutti i crimini, viene arrestato e rinchiuso in manicomio.

Reisiger si trova in una cella d’isolamento. È una tomba, scura, fredda, illuminata da una lampada azzurrognola. La porta serrata, la finestra sbarrata, con un vetro spesso centimetri.

Bene, adesso sono sepolto. Ora siamo alla fine. Ora sarebbe necessario scrivere a mia madre che mi trovo qui, ma nessuno me lo permette. Perché sono matto. Io sono matto per supremo ordine di uno dei supremi generali del Comando. Deve ben essere così. Un ufficiale che se la batte, che non sta più al gioco, è matto. Me la batto, sono matto, me la batto, sono matto, batto – è ridicolo che mi trovi qui. E tra l’altro non gli ho affatto detto che non sto più al gioco. Signor generale, gli ho soltanto detto, per favore mi faccia fucilare, qui, disponga pure, ma io non vado avanti nemmeno di un passo. Io non voglio più partecipare al più grande dei crimini… Ma dove è stato lei, così a lungo? E perché non ferma i carri armati? – Si moderi, signore, ha detto. E io ho urlato, fino a che l’ussaro con gli stivali di vernice è diventato pallido; non ci penso nemmeno a moderarmi, ho detto io. Mi modero da troppo tempo, e se non mi fossi moderato già prima, quelli che sono caduti ora sarebbero ancora tutti vivi. E quindi sostengo a tutta voce, se lei vorrà sentire, che tutti noi siamo complici di questo crimine insensato, e non tollero che ora qui qualcuno si metta a ridere, e inoltre, ne stia pur certo, tra poco i carri armati arriveranno qui nel paese. – E mi hanno afferrato – perché non mi sono difeso – e mi hanno messo in un’ambulanza, stretto coi lacci alla barella, e infilato sotto il tavolaccio su cui un uomo senza gambe si stava dissanguando, tanto che tutto il viso mi si è infradiciato. E ieri qui, il viaggio attraverso la città, in un automezzo con le sbarre, e ho riso e ho cantato – e ho dichiarato con tutto l’ardore, a tutti i medici: signori, possono loro giurare che non sono pazzo. – Io dichiaro loro, sulla mia stessa vita: so quel che dico e quel che faccio: non si tratta di nient’altro che di dire: io, io, io non ci sto più a fare la guerra. Non ci sto più a fare la guerra. Lo so che pianto in asso i miei commilitoni, e questo è forse da vigliacchi. Allora sì: sono un vigliacco. Voglio essere un vigliacco. Io continuo a consigliare loro: mi si fucili. Applichino su di me le loro ridicole leggi di guerra, e mi si fucili, una buona volta. Ma io non ci sto più. Non voglio più essere complice. Ne va di più che della vittoria, alla quale peraltro anche loro ormai credono poco. Si tratta del fatto che in ogni istante vengono ancora ammazzate, e massacrate, e mutilate delle persone – e per quale motivo? Per un’assurdità, perché non possiamo più vincere. Là fuori ci siamo battuti per anni come nessun altro esercito del mondo, abbiamo creduto a tutto, anche quando dicevamo di no. Adesso però basta. Io non ci sto più. Io non ci sto più. – E allora ridono, e mi compatiscono. Tolga la mano dalla mia fronte, ho gridato contro il medico, non voglio essere consolato. Non devo essere compatito, non sono malato, non sono matto, non voglio essere scusato, io dico loro, so quello che faccio. La guerra è il più grande crimine che io conosca. Io ne sono colpevole. Per anni vi ho preso parte. A causa degli ordini che ho impartito sono stati ammazzati degli uomini. Adesso è finita. Lasciatemi infine espiare. E quindi ammazzatemi, perché io consapevolmente, consapevolmente vi pianto in asso…

Ma quando poi mi metto a piangere sorridono ancora più compassionevoli, dicono: povero sottotenente impazzito. Mentre io sono lucido come non sono mai stato in vita mia: è un crimine, prendere ancora parte, anche per solo istante, all’assassinio.

Ospedale militare della fortezza di Magonza

Reparto neurologia

Bollettino settimanale 6 – 13.9.1918

Infermiere: Neuhagen

Reisiger, Adolf, sottotenente della riserva, 253° reggimento artiglieria da campagna. Referto come nelle settimane precedenti. Il malato non dorme, non mangia, guarda dritto davanti a sé. Quando gli si rivolge la parola, in risposta ha sempre un’unica frase. “Siamo ancora in guerra. Andate affanculo!”.

Edlef Koppen, Bollettino di guerra, Mondadori, 2008 (or. 1930), p. 388-390

(* ultima pagina del libro; ndr)

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