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Pubblicato da il 24 Ago 2018 in Retroscena | 0 Commenti

La guerra è sempre un affare. Per alcuni (L. Del Boca)

La guerra è sempre un affare. Per alcuni (L. Del Boca)

Inutile girarci intorno. Le guerre, prima che per le cosiddette “ragioni morali”, esplodono per questioni economiche. Quelle vengono amplificate e queste nascoste, però alla fine le prime contano poco, perché a valere sono le seconde. (…).

Qualcuno si arricchì, e per lui la guerra fu un affare. Anche prima che cominciasse.

La Vittoria” era un giornale di scarso appeal. A dirigerlo era Francesco Raspagliesi Nicolosi, che aveva scoperto tardi la sua vocazione per la carta stampata. Fino a quarant’anni compiuti aveva lavorato in officina come addetto al tornio. Von Bulow, che aveva a disposizione i soldi dei tedeschi, gli passò uno stipendio di 500 lire al mese (10.000 euro di oggi) per tenere in vita il giornale e mantenerlo su posizioni filo-tripliciste. (…). I progetti tedeschi erano anche più ambiziosi. Si trattava di acquistare il pacchetto azionario de “Il Messaggero”, “Il Secolo XIX” e “La Stampa”, in modo tale da garantire che la linea editoriale esprimesse posizioni favorevoli agli imperi centrali.

(…).

Prima della guerra, la Fiat – giusto per esemplificare – si collocava al 33° posto fra le aziende italiane. Lavorava 900 tonnellate di acciaio, che rappresentano un granello rispetto ai 17 milioni della Germania, ai 7 della Gran Bretagna e ai 4 della Francia. Un nano. In un anno e mezzo il capitale della Fiat passò dai 14 ai 128 milioni. Gli operai, che nel 1914 erano 4.000, diventarono 45.000 nel 1915.

L’Ansaldo – tanto per fare un altro esempio – aveva un capitale sociale di 45 milioni, che salirono a 135, e i dipendenti, da 10.000 che erano, raggiunsero il numero di 65.000.

Il mondo economico italiano aveva conosciuto un’espansione considerevole nel decennio 1896-1906, ma poi la produzione era andata contraendosi fino a sfiorare momenti di vera crisi.

Inizialmente, gli industriali ritennero che la politica di equidistanza consentisse esportazioni ovunque. E infatti, nei primi mesi del conflitto (degli altri), le imprese italiane – non solo Fiat e Ansaldo – riuscirono a commerciare un po’ con tutti. Armi e prodotti italiani finirono su entrambi i fronti. (…).

Non durò molto. Nel giro di poche settimane, ogni nazione belligerante riuscì a organizzarsi autonomamente e gli ordini diminuirono drasticamente. Per continuare a produrre (e a guadagnare), le lobby finanziarie avevano bisogno della guerra. La frase è retorica ma puntualizza una verità.

Lorenzo Del Boca, Maledetta Guerra, Piemme, 2015, p. 82-86

(disegno di Scalarini)

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