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Pubblicato da il 3 feb 2018 in Letture | 0 Commenti

La libertà di fare il bene (A. Molesini)

La libertà di fare il bene (A. Molesini)

 

La messa se ne andava via svelta. Il settore di Sernaglia era in allerta e da un momento all’altro la chiesa poteva essere requisita e diventare un ospedale militare. Ma il preallarme durava da giorni e nessuno, tranne don Lorenzo, prendeva la cosa troppo sul serio. Dopo il vangelo, il parroco si lanciò in un’invettiva contro l’umanità in guerra. La condì con qualche insulto alle truppe di occupazione, che poi elogiò perché “devote alla Signora del Paradiso”, e indicò la cameriera bianca e azzurra che non smetteva di sorridere nella luce tremolante delle candele. Un colpo al cerchio e uno alla botte, pensai, ricordando una frase del nonno: “Duemila anni che fanno così: la guerra cancella famiglie e nazioni, ma il marsupio di dio è sempre lì”.

Scaduto il tempo delle ingiurie e degli elogi, il don alzò l’indice agli stucchi della volta.

Fratelli” don Lorenzo alzò un poco la voce “quando una mucca fa un vitello tutto il creato di Nostro Signore è contento; le mosche hanno una nuova groppa per farsi la casa, il contadino avrà latte e carne, il lupo spera di far scorpacciate, nessuno è triste… dalla terra non salgono lamenti. Ma quando nasce un uomo, la creatura più bella della creazione, non si sa se esser contenti… o tristi… perché all’uomo Dio ha dato la libertà di fare il male. La vipera che ci morde, la vespa che ci punge, non sono creature cattive, fanno il loro mestiere, anche se… molesto. Ma Eva ha mangiato la mela perché ha creduto al serpente, invece che a Dio”. L’Indice roteò sopra la testa del don. Poi s’irrigidì in un’asta di bandiera che indicò il cielo della volta, chiuso nel suo sperimentato sistema di simboli. “Ho sempre saputo che lassù” riprese il curato senza abbassare il dito o flettere il braccio scomodamente teso “c’è il motore che muove il sole e le altre stelle, il guaio è che quel motore fa succedere anche le cose brutte che non capiamo, nemmeno se stiamo qui a a pensarci cent’anni, anzi chi ci pensa troppo ne capisce ancora meno di chi passa la giornata a risuolare le scarpe, parola di don Lorenzo!”. L’indice si abbassò sul leggio con un piccolo tonfo. La predica era finita e la messa se ne andò a passo di corsa, fino allo scampanellio del chierichetto che annunciava l’elevazione. Fu allora che i cannoni si fecero sentire. Forti e improvvisi. Lontani e vicini. “Tirano dal Montello” disse la zia.

Andrea Molesini, Non tutti i bastardi sono di Vienna, Sellerio, 2010, p. 228-229

 

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