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Pubblicato da il 3 Feb 2018 in Storia | 0 Commenti

La politicizzazione e la retorica delle montagne (M. Armiero)

La politicizzazione e la retorica delle montagne (M. Armiero)

 

La politicizzazione del paesaggio alpino all’indomani della Grande Guerra ha interessato sia la natura sia gli esseri umani. Le Alpi sono state esaltate come bastione naturale e confine invalicabile della comunità italiana, mentre i suoi abitanti diventavano l’archetipo del vero patriota, il prototipo dell’italiano che veglia sull’integrità della nazione. È allora che nasce il mito degli Alpini, destinato a durare a lungo nella memoria collettiva. I memoriali di guerra, i monumenti e le riviste, come dal canto loro le devastanti esplosioni, le trincee e le strade militari, modificarono il paesaggio delle Alpi, intrecciando ancora una volta storie ed ecologie.

Visitatore! La montagna che ti accingi piamente a salire, fu anch’essa, come tanti nostri fratelli, straziata e mutilata dalla guerra. Alcuni dei suoi boschi arsero in incendi paurosi, accesi dalla granate scoppianti, altri furono sacrificati per dare legname alle trincee e ai ricoveri dei combattenti; le sue praterie più belle, le più verdi, furono sconvolte e lacerate dalle trincee, dai camminamenti, dalle esplosioni dei proiettili (…) Ma come il volto di un fratello mutilato, il volto della montagna tormentata è tuttavia ora più bello”.

Questa descrizione, tratta da una guida del Touring Club Italiano (TCI, 1928), racchiude in nuce tutti i principali ingredienti della retorica delle montagne venuta in auge nel primo dopoguerra: il nazionalismo, la sovrapposizione di paesaggi naturali e paesaggi dell’anima, le tracce della distruzione e il ricordo di una serenità perduta. L’aspetto più interessante, però, è che le considerazioni citate ricorrono nel primo dei sei volumi dedicati dal TCI ai campi di battaglia della Grande Guerra. La pubblicazione di quella serie fu chiaramente, da parte del TCI, un tentativo di narrare le montagne italiane con un’intonazione nazionalistica e patriottica, facendone un colossale santuario dell’eroismo italiano. Quei volumi, pubblicati tra la fine degli anni Venti e i primi anni Trenta, non sono affatto un caso isolato nel panorama editoriale europeo dell’epoca. Basti pensare alle Guides illustrés Michelin des champs de bataille, edite a Parigi nel 1919, o agli itinerari patriottici ai siti della guerra dati alle stampe dall’editore Thomas Cook and Sons. Secondo lo storico George Mosse, la moderna riscoperta della natura in Europa è direttamente legata all’esperienza della Grande Guerra. Ricollocare la guerra e la morte nello spazio della natura è stato un modo per attutire l’impatto emotivo di quegli eventi. Naturalizzare la morte e nazionalizzare il lutto: fu questa la politica dei governi europei del conflitto e soprattutto nel dopoguerra. Pochi, in compenso, hanno notato che questa strategia non si riferiva soltanto alla percezione della morte e alla gestione del lutto collettivo, ma si estendeva anche alla percezione e alla “gestione” della natura stessa. La guerra, come vedremo più avanti, si è imposta de facto alla natura, lasciando tracce ampiamente visibili sul territorio: eppure gli effetti dell’organizzazione politica del lutto e della memoria su quella stessa natura si sarebbero rivelati persistenti almeno quanto le ferite aperte dalle esplosioni e dagli incendi.

Marco Armiero, Le montagne della patria. Natura e nazione nella storia d’Italia. Secoli XIX e XX, Einaudi, 2013, p. 93-95

 

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