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Pubblicato da il 28 Feb 2016 in Chiesa | 0 Commenti

“La predicazione al fronte” (R. Morozzo Della Rocca)

“La predicazione al fronte” (R. Morozzo Della Rocca)

 

Cosa dicevano i cappellani

La predicazione ai soldati non fu generalmente limitata a semplici spiegazioni del Vangelo: volentieri, infatti, ai temi più propriamente religiosi i cappellani univano esortazioni di carattere morale e patriottico. Si può calcolare che almeno due terzi dei cappellani abbia svolto un tipo di predicazione che mescolava risolutamente i motivi religiosi con quelli patriottici . (…).

Appare in effetti un dato costante per buona parte della predicazione al fronte l’articolazione secondo tre principali temi di discorso, che potevano naturalmente essere sempre sviluppati con riferimenti ai testi evangelici: la necessità della fede e della pratica religiosa; la purezza dei costumi e la correzione del linguaggio; il sentimento del dovere e dell’obbedienza derivante dall’amore di patria, nonché presentato come specifica virtù cristiana. Simili temi, nella predicazione, finivano con l’intersecarsi e il correlarsi l’uno con ‘altro. (…).

Ho spiegato ai miei soldati il Vangelo – scrive il cappellano Francesco Doranti – come lo solevo spiegare al popolo del mio paese, inculcando l’amore di Dio e della patria, lo spirito di sacrifizio, il rispetto dell’autorità, il sentimento del dovere, perché è Dio che vuole così! Non ho mai stiracchiato il testo evangelico fino a farlo coincidere con certe dottrine che idolatrano la guerra e simili. I soldati non accoglievano se non malvolentieri la glorificazione della guerra”.

Benché Doranti non ignori le distinzioni, e si richiami ad una costante ispirazione evangelica, la sua predicazione rappresentava nondimeno un preciso richiamo ai valori dell’ordine, della disciplina, del patriottismo. L’equilibrio tra le componenti religiosa, morale, patriottico-militare, variava ovviamente secondo gli orientamenti personali di chi predicava. I cappellani di tendenza più marcatamente nazionalista, ad esempio, finivano con l’intendere la predicazione soprattutto come un mezzo per promuovere l’adempimento dei doveri richiesti dalle circostanze belliche.

La predica – riferisce il cappellano Antonio Paoletti -, come quella forza che più direttamente influisce sull’animo del soldato, e lo risveglia e lo incita a seguire i santi principi della religione e del dovere, è sempre stata esercitata con vigorosa perseveranza, e nell’imminenza delle ore che portavano al sacrificio e alla gloria è sempre stata recata la parola che induceva al convincimento della necessità della lotta”.

Ed in una relazione di un religioso francescano si può leggere che “profondamente convinto della opportunità della nostra guerra e certo della vittoria” avrebbe predicato la “sicurezza del trionfo delle nostre armi (…) spiegato più volte il concetto di Patria (…) fatto vedere le funeste conseguenze che sarebbero derivate da una sconfitta delle nostre armi”.

L’iniziativa di quei cappellani che fecero della predicazione un esercizio retorico di propaganda bellica e un puro incitamento al valore militare non mancava di ufficiali e autorevoli modelli di riferimento. In particolare il vescovo di campo, pur ricercando sempre una composizione armonica del messaggio religioso con i contenuti patriottici profani, non tralasciò mai di richiamare, nei documenti ufficiali come nelle visite e discorsi al fronte, gli ecclesiastici in divisa e chiunque lo ascoltasse alla collaborazione e solidarietà patriottico-militare nell’esercito. In una lettera pastorale del dicembre 1916, dopo aver sottolineato più volte “i tre poderosi elementi della vita che Gesù volle armonizzati – “Dio, patria e famiglia -, monsignor Bartolomasi si dichiara convinto che dal sacrificio generoso di “milioni di italiani”, “dai nuovi campi solcati dalle trincee, seminati di cadaveri, innaffiati da sudori e sangue abbia a sorgere, a formarsi, a temprarsi un’Italia politicamente forte, socialmente compatta, moralmente pura, religiosamente serena come il suo cielo, bella come le opere e istituzioni nelle quali fede, carità e arte si diedero la mano e sono suo patrimonio, suo tesoro invidiato dalle nazioni tutte, sua gloria per cui essa sempre fu ‘donna e maestra’”. (…).

Roberto Morozzo Della Rocca, La fede e la guerra. Cappellani militari e preti soldati 1915-1918, Gaspari, 2015 (1a ed. Studium 1980), p. 65-66

 

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