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Pubblicato da il 11 Apr 2015 in Chiesa | 0 Commenti

La seduzione nazional-patriottica e la religione (A. M. Banti)

 

Il patriottismo mistico di Alessandro Spadoni, nato il 19 ottobre 1889 e morto il 25 settembre 1917 a Sedula, presso Caporetto, per un’infezione virale, è alimentato dall’esser, lui, un sacerdote. In guerra è tenente cappellano di un piccolo ospedale di guerra presso la conca di Caporetto. A Capodanno del 1916 scrive nel diario:

Anche la mia patria è in guerra: avrei desiderato che si fosse risparmiata la prova, perché ho orrore del sangue. Ma mi guardo bene dall’erigermi a giudice dei governanti. Cittadino conosco il mio dovere in quest’ora tragica, e lo compirò in tutto e sempre, adoprandomi senza posa e senza risparmio di sacrifici pel bene del mio paese; cristiano ho fede nei disegni e nella volontà di Dio.

Anno nuovo ci porterai la pace? Non lo so, e quasi non m’importa saperlo.

Anno nuovo, vedrò io la tua fine? Non lo so; ma se per la patria mi tocchi morire, accetto e benedico anche la morte.

Un anno più tardi si sente stanco della vita d’ospedale e chiede al segretario del vescovo di Reggio Emilia di aiutarlo a esaudire un suo desiderio:

(30 luglio ’17) Senti, io sto subendo un periodo di profonda malinconia, che mi fa forse vedere attorno un po’ più nero del reale, ma che però mi scopre anche tanti lati dell’animo mio, e mi scuote e mi sprona.

Tu sai come dal principio della guerra io mi sia sempre trovato bene, e come i pericoli da me subiti siano ben pochi. Ora, questo m’umilia e mi fa quasi temere che il Signore… basta, non voglio finire la frase per non allarmarti. Debbo uscire da questo stato di ignavia, debbo fare anch’io quello che fanno milioni d’italiani, debbo…. andare in trincea.

Pensa che autorità avrò io domani di fronte a quelli che si affannano a denigrarci, se non potrò dire d’aver fatto almeno come gli altri? E non è questa l’unica, né la più forte ragione, sai! Ma gli è che stando qui io mi lascio inconsciamente e stoltamente sfuggire la più grande occasione d’apostolato e di meriti! E ti par nulla? Via! Non per crogiolarmi nell’ozio e nel benessere ho chiesto alla Chiesa di arruolarmi tra i suoi ministri!

Ora carissimo mio don Cesare, ti chiedo dunque una grazia. Tu devi fare in modo che il vescovo sia contento che io me ne vada come cappellano ad un battaglione d’alpini.

Il caso di Alessandro Spadoni non è un esempio marginale e isolato. L’avvicinamento di numerosi ecclesiastici al patriottismo di guerra è certamente determinato dal desiderio di “aver più autorità domani”, come candidamente si esprime lui. In ecclesiastici più consapevoli è suscitato da una meditata strategia, volta a riconquistare al cattolicesimo una centralità nella società italiana che la costruzione dello Stato unitario sembra aver messo in forse. Certo, tutto questo è indubbio. Ma sta di fatto che anche obiettivi così strategici sono oggetto di un processo di elaborazione discorsiva all’interno del quale i valori e i simboli del nazional-patriottismo non solo circondano l’esperienza di fede, ma non di rado finiscono perfino per condizionarla profondamente. Alle spalle di tutto ciò c’è un processo lento ma significativo, molto bene illustrato ormai diversi anni fa da Luigi Ganapini: un processo che ha inizio negli ultimi anni dell’Ottocento e che vede brillanti esponenti del laicato cattolico – di orientamento sia intransigente che conciliatorista – e della stessa gerarchia ecclesiastica farsi sedurre progressivamente dalla retorica nazional-patriottica.

Alberto Mario Banti, Sublime madre nostra. La nazione italiana dal Risorgimento al fascismo, Laterza, 2011, p. 120-122

 

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